Intervista al professor Mauro Carraro, docente di Chimica organica all’Università di Padova.

Cosa si nasconde dietro il termine fast fashion e perché ha un impatto negativo profondo sul riciclo e sullo smaltimento degli abiti usati? Il mondo della moda è uno dei settori più a cuore trattati da Naturalmania.it, essendo sostenitori di una moda sostenibile ed etica prima di tutto.
Il fast fashion ha invaso il settore con prodotti di scarsa qualità e difficili da smaltire, ma qualcosa si muove in Europa. È stato infatti approvato l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation – ESPR, che dal 19 luglio 2026 interviene per prevenire la distruzione di capi di abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature invenduti.
Un passo non da poco verso un’autentica economia circolare nel mondo della moda, almeno a livello UE, anche se c’è ancora molto da fare e un’autentica inversione di marcia deve avvenire non solo a livello legislativo, ma anche culturale.
Per capire di più il fenomeno del fast fashion: di cosa si tratta, perché è un grosso problema etico-ambientale e le possibilità di un’inversione di rotta, abbiamo contattato il professor Mauro Carraro, docente ordinario di chimica organica all’Università degli Studi di Padova, dove si occupa di green and sustainable chemistry.
È in prima linea nella lotta alla moda veloce e ai suoi effetti nefasti, soprattutto nella produzione e nello smaltimento dei rifiuti. I suoi studi si occupano di riciclo dei rifiuti tessili e di nuove tecnologie per recuperare le fibre dei nostri vestiti, con particolare attenzione ai tessuti misti, tra i più difficili da riciclare.
L’intervista testuale la troverete di seguito, mentre la versione audiovideo sul nostro canale YouTube Natural Mania Magazine, a cui vi invitiamo ad iscrivervi!
Ci faccia una breve presentazione, poi passiamo nel vivo della discussione…
Sono docente di Chimica organica presso l’Università degli Studi di Padova e mi occupo anche di chimica sostenibile. Sono docente di un corso di studi che ha a che fare con l’economia circolare e quindi, recentemente, ho avuto la possibilità di interfacciarmi con aziende che si occupano di tessile e che hanno il problema del riciclo di questi prodotti.
Partiamo dal tema dell’intervista: che cos’è il fast fashion?

Si tratta di un fenomeno economico relativamente recente, che è stato supportato da vari fattori. Prima di tutto, la dimensione dei costi di produzione.
Infatti, come sappiamo, la produzione dei nostri prodotti tessili è stata delocalizzata verso i Paesi asiatici e questo ha comportato una diminuzione dei costi.
Accanto a questo, vediamo un aumento della possibilità di fare acquisti online, dove è più facile acquistare questo tipo di prodotti.
Abbiamo la diffusione di un certo tipo di moda, di trend attraverso i social media e abbiamo, da parte delle aziende, la produzione di una serie di collezioni che si rinnovano costantemente e che quindi invogliano il cliente ad acquistare sempre più prodotti, anche per il fatto che sono sempre rinnovate e sono sempre disponibili modelli nuovi, molto più di quanto lo fossero le collezioni preesistenti.
L’impatto ambientale di questi capi di moda è notevole, anche perché sono difficili da riciclare, giusto?

Assolutamente sì. Abbiamo dei prodotti di bassa qualità e basso costo, che ci si può permettere di utilizzare poche volte.
Giusto per dare un’idea, abbiamo in Europa un utilizzo medio di un capo di vestiario che potrebbe essere quantificato in un centinaio di volte, tutto sommato molto meglio che negli Stati Uniti, dove questo il peso del fast fashion è maggiore.
Tuttavia, ci attestiamo su valori relativamente bassi. Significa che i capi di vestiario vengono eliminati dal consumatore e, quanti più se ne acquistano e quanto meno costano, tanto più si ha il desiderio di cambiarli e rinnovarli con maggiore velocità.
Questo comporta la produzione di un grosso volume di rifiuti, per il quale non esiste un sistema di gestione preparato a gestire tali quantità.
Basti pensare che, se andiamo al sodo del riciclo vero e proprio, questo, a livello globale, riguarda solo l’1% dei volumi totali.
Fortunatamente, questi numeri sono molto maggiori nell’Unione Europea, ma abbiamo tutta una serie di problematiche relative alla filiera che si occupa del recupero, del riutilizzo, della valorizzazione e, infine, del riciclo.
Proprio l’Unione Europea sta cercando di intervenire sulla questione con il regolamento Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR). Che impatto può avere?

Sì, l’Unione Europea sta intervenendo in questo settore con il Circular Economy Act, dedicato anche al tessile, e questo comporta tutta una serie di azioni che, ovviamente, dovranno essere intraprese.
Quella più recente è dedicata al fast fashion, nel senso che i prodotti invenduti non potranno più essere distrutti. Questa è una cosa molto significativa.
Basti pensare che quasi la metà dei prodotti tessili che si accumulano a livello di rifiuti proviene da prodotti non venduti, quindi prodotti perfettamente utilizzabili che, però, sono fuori moda, non sono stati venduti nei tempi previsti o comunque non al prezzo che era stato previsto dal produttore.
L’azienda, in questo caso parliamo di grandi marchi, da adesso non potrà più distruggere questi indumenti.
Vuol dire che dovrà dedicarsi ad altre attività per riutilizzarli, che possono consistere in offerte a prezzi ancora più stracciati, oppure dovrà eventualmente fare delle donazioni o recuperarli per rigenerarli in prodotti di tipo diverso: il cosiddetto upcycling, quindi l’utilizzo delle stoffe per farne qualcos’altro.
Ma non potranno più distruggerli. Questo andrà senz’altro a diminuire il volume di rifiuti che si andranno a creare nei centri di raccolta, che poi, come sappiamo, possono essere difficilmente gestiti. Spesso si ha un’esportazione di questi prodotti verso Paesi asiatici e africani.
Nel lungo termine, anche questo verrà impedito: l’Unione Europea non vorrà più che vengano esportati i rifiuti tessili, a meno che il Paese d’importazione non certifichi di essere in grado di gestirli in maniera oculata.
Questo potrebbe essere il caso di alcuni Paesi che fungono semplicemente da hub, ovvero che importano gli abiti, li selezionano e poi li distribuiscono, ma coinvolgerà anche altri Paesi, come il Ghana, che è famoso per ricevere grandi volumi di questo tipo di rifiuti, ma non è assolutamente in grado di gestirli.
Sappiamo, poi, che questi rifiuti vanno a finire in discariche non gestite.
Oltre alle “colpe” del sistema moda, il problema che si pone è anche culturale e il consumatore ha le sue responsabilità, comprando prodotti di fast fashion, vuoi per tendenze consumistiche, vuoi per un’oggettiva perdita di potere d’acquisto di molti individui e famiglie. Come convincere il consumatore “medio” a comprare meno e ad acquistare vestiti di maggiore qualità?

Il consumatore può essere coinvolto in modi diversi. Sostanzialmente, bisogna arrivare a valorizzare un prodotto di qualità. È ovvio che il consumatore dovrà pian piano rivolgersi a prodotti che siano durevoli nel tempo, se si vuole evitare di incorrere nel fast fashion.
Ma ci si può anche rivolgere ad aziende virtuose che stanno applicando il principio della responsabilità e si occupano di tutte le fasi del prodotto, non solo, appunto, della vendita, ma anche della fase di utilizzo e di quella di smaltimento.
Soprattutto nella fase di utilizzo, ci sono aziende che si occupano di ritirare i capi danneggiati e sostituirli con altri nuovi. Quelli danneggiati vengono riparati e rimessi sul mercato della seconda mano (second hand).
Non solo: le stesse aziende si occupano di progettare i prodotti in modo tale che siano facili da riciclare e da disassemblare, così che alcune porzioni possano essere sostituite facilmente, dall’utente stesso o dall’azienda, una volta che li ha recuperati.
Poi c’è la fase di sensibilizzazione all’utilizzo dei prodotti di seconda mano, che ovviamente costituisce un’opportunità per ridurre il volume di tessuti di scarto in circolazione.
Infine, una buona sensibilità dovrà essere consolidata nel momento in cui l’utente capirà che si utilizzano materiali riciclati. Parliamo di un prodotto che, a fine vita, non può più essere utilizzato: il materiale dovrà essere valorizzato all’interno di ulteriori prodotti e questo lo si fa attraverso un riciclo meccanico, chimico o biochimico, per rigenerare i materiali di cui sono composti questi tessuti.
A questo punto, il consumatore leggerà sull’etichetta che il prodotto contiene materiali riciclati e dovrà, sperabilmente, essere attratto da questa modalità di acquisto.
Esiste una moda realmente sostenibile che non cada nel cosiddetto greenwashing? Quali caratteristiche dovrebbe avere un modello alternativo al fast fashion?
Senz’altro, un prodotto durevole è quello che risolverebbe i problemi. Vuol dire che dura di più, che può essere riparato facilmente e che può essere riciclato facilmente. Sono vari step che un’azienda può cercare di immaginare e sviluppare per poter coinvolgere l’utente in questo aumento della sostenibilità della produzione.
Ci sono aziende virtuose che stanno sperimentando vari tipi di modelli, ma, in ogni caso, queste sono le fasi: il prodotto durevole, il prodotto riciclabile e la possibilità di vendere un servizio, qualcosa che serva al cliente in tutte le fasi. Questo è senz’altro fondamentale.
Poi possiamo parlare del second hand, il secondo riutilizzo. Questo è senz’altro molto importante: non solo il riutilizzo del capo come tale, ma anche un secondo utilizzo della stoffa, che può essere ritagliata per creare nuovi modelli e creazioni, anche molto diverse da quelle iniziali.
Fino ad arrivare a un utilizzo in prodotti non propriamente legati all’abbigliamento, che possono essere nel campo delle imbottiture e dei riempimenti per realizzare isolanti sia acustici che termici. Quindi, un cosiddetto downcycling (riciclo regressivo) verso prodotti che siano comunque utilizzabili, sebbene non più nella stessa filiera.
Lei è un docente di Chimica: come può intervenire la ricerca scientifica per contrastare i danni derivanti dall’inutilizzabilità di certe fibre?

Se vogliamo entrare nel merito delle mie competenze, da chimici a noi interessa l’aspetto del riciclo e quindi, diciamo che ci troviamo in fondo a questa filiera.
Quando abbiamo a che fare con un materiale difficile da riutilizzare per varie ragioni, perché danneggiato, sfilacciato o scolorito, è ovvio che dobbiamo pensare a qualcosa di più profondo dal punto di vista della gestione.
Ecco che entrano in gioco dei metodi di riciclo che hanno a che fare con la separazione delle fibre e il loro utilizzo in nuovi prodotti.
Questa separazione, però, è molto difficile al giorno d’oggi, perché almeno il 50% dei tessuti che troviamo in commercio è composto da più fibre. Immaginiamo poliestere e cotone, oppure poliestere, cotone ed elastan, che vanno a complicare la composizione di questi tessuti.
Sono necessarie delle tecnologie per la separazione di questi componenti che, altrimenti, mescolati, non permettono di arrivare a un prodotto di qualità.
Nel nostro caso, ci stiamo occupando di studiare dei solventi che siano in grado di sciogliere o decomporre selettivamente uno di questi componenti per recuperare quello di maggior valore.
Nel caso specifico, ad esempio, stiamo sciogliendo il cotone per arrivare a produrre delle fibrille molto più ridotte in termini di dimensioni, che chiamiamo nanocellulosa, e che possono avere varie applicazioni nell’ambito della nanotecnologia.
Stiamo parlando di una filiera sostanzialmente diversa, ma che comporta un interesse molto elevato per quanto riguarda le possibili applicazioni. Parliamo, per esempio, di depurazione dell’acqua, materiali di rinforzo all’interno di polimeri per il packaging (confezioni), oppure per creare materiali compositi.
Nel mondo del tessile e della moda è possibile far conciliare il profitto con un prodotto etico e di qualità senza cadere nella tentazione di delocalizzare?

Quello che mi preoccupa è che abbiamo delocalizzato non solo la produzione ma anche la conoscenza per creare questi manufatti. Per cui difficilmente si riuscirà a tornare indietro e ad avere possibiltà di riportare produzione e anche conoscenza in parallaelo, in Italia e in Europa.
Tuttavia ci sono delle azioni virtuose che permetteranno di migliorare la situazione. Impedendo l’export di materiali di scarto l’Unione Europea sarà costretta a mantenere e sviluppare una tecnologia adatta per il riciclo e per il riutilizzo di questi materiali di scarto.
Questo sostanzialmente potrà aumentare la sostenibilità locale ed è un fenomeno di interesse. Per quanto rigarda la possibilità che il consumatore sia in grado di combinare l’aspetto economico con l’aspetto della sostenibilità deve essere accompagnato da durabilità di un prodotto.
Dal momento in cui un cliente si rende conto che un capo d’abbigliamento può durare di più dovrebbe essere capace di spendere un pochettino di più sapendo che ha un prodotto di valore. Ma questo dovrebbe essere in tutti i campi.
Uno dei tasti dolenti del fast fashion è senz’altro l’esportazione di matariale di scarto della moda in paesi del sud del mondo. Che idea si è fatto…
A me sta un po’ a cuore l’export di tessuti nei paesi terzi. Ci sono racconti in cui si dice che chi riceve queste balle non sa se dentro troverà il tessuto da scartare o riutilizzare. Chi riceve queste merci dice sono arrivati ‘i capi di vestiario dell’uomo morto bianco’ perché per loro una quantità di rifiuti così elevata avviene solo quando una persona è decedura e cede tutti i suoi vestiti in un colpo solo.
C’è anche questo divario culturale che è ernorme e che non ha senso sfruttare per delocalizzare i nostri rifiuti che non siamo in grado gestire qua ma che pensiamo di delocalizzare altrove. Spero che in prospettiva si riescono a livellare queste differenze culturali.
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