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Home » I segreti dell’agricoltura sintropica spiegati da Giuseppe Sannicandro

I segreti dell’agricoltura sintropica spiegati da Giuseppe Sannicandro

11 Novembre 2025 di Natural Mania

Nelle interviste di Natural Mania abbiamo affrontato per ben due volte il tema della Permacultura. Quest’oggi tratteremo invece di agricoltura sintropica e nel senso più ampio di agricoltura rigenerativa. Vogliamo capire di cosa si tratta, come è possibile approcciarsi e cosa comporta fare una transizione da un tipo di agricoltura ‘convenzionale’.

Termine inteso come quei tipi di agricoltura che fanno uso di prodotti chimici per le loro colture e sotto alcuni aspetti anche le colture definite biologiche, a un sistema agroforestale che imita e accelera i processi naturali di successione ecologica per creare ecosistemi produttivi e rigenerare il suolo.

Per chiarire questi punti e molto altro di questo affascinante mondo, siam andati ad intervistare Giuseppe Sannicandro appassionato di agricoltura rigenerativa, diplomato in Progettazione di Permacultura a Tenerife. Attualmente progetta e insegna permacultura in Italia ed Europa, socio e co-fondatore dell’Associazione Regen  e membro dell’Accademia italiana di Permacultura.

Vive e lavora in Puglia, a Bitonto in provincia di Bari dove ha sede l’associazione e dove coltiva diversi ettari di terremo. Natural Mania lo è andata a trovare per capire dalle sue stesse parole i segreti dell’agricoltura sintropica e rigenerativa. Troverete di seguito l’intervista in forma testuale e nel nostro canale You Tube  (a cui vi invitiamo ad iscrivervi) la versione audio.

Prima di entrare nel vivo della discussione, facci un’introduzione alla tua figura professionale…

agriforestry

Mi chiamo Giuseppe Sannicandro, sono pugliese e mi occupo in generale di permacultura, ma nello specifico di agricoltura rigenerativa e quindi di cura del suolo, sistemi agroforestali, agricoltura sintropica e gestione dell’acqua.
Riguardo a queste tematiche tengo workshop, corsi e consulenze. Inoltre, abbiamo un centro di apprendimento, nonché un sito agricolo che rappresenta un po’ il quartier generale della mia associazione, Regen.

Questo sito si trova a Palombaio, una frazione di Bitonto, in provincia di Bari. Si estende su due ettari e quattro di terreno, con una grande struttura dove ospitiamo volontari e corsisti in occasione di workshop e opportunità di apprendimento.

Oltre a questi ettari — dove abbiamo già piantato circa 15.000 piante perenni, oltre a annuali e altre piante erbacee — abbiamo da poco acquisito altri due ettari e quattro, e collaboriamo con una cooperativa gestendo altri due ettari di loro proprietà.

Il nostro piano è quello di acquisire sempre più terreni degradati dall’agricoltura convenzionale, anche se biologica, per poi rigenerarli attraverso pratiche di agroforestry.

Parliamo adesso a una persona che non ha ben chiaro che cosa sia l’agricoltura sintropica, e più in generale quella rigenerativa, ma che è incuriosita dalla tematica. Cosa le diresti?

L’agricoltura sintropica nasce da una visione del mondo, cioè dal vedere l’intera biosfera, la vita, come un grande organismo di cui le varie specie sono i diversi organi che cooperano tra loro per il suo funzionamento.
>In questo senso, non parliamo più tanto di competizione tra le specie — un concetto molto comune nell’agricoltura convenzionale — ma piuttosto di cooperazione, in un senso evolutivo di ricerca della vita di nuove strategie per produrre altra vita.

Ernst Götsch

Data questa visione, che riconosce nelle successioni naturali il processo per cui da un suolo degradato — o anche da una colata lavica, quindi da un substrato puramente minerale — pian piano arrivano le prime piante o i primi organismi colonizzatori, poi piante un po’ più esigenti, seppur ancora pioniere, e infine specie sempre più complesse che producono maggiore vita, possiamo dire che le successioni naturali rappresentano il motore della crescita della vita stessa.

Possiamo interpretare la natura come il respiro di questi organismi: un respiro composto da due momenti, inspirazione ed espirazione. Quando inspiriamo, complessifichiamo, facciamo entrare nuova energia; quando espiriamo, semplifichiamo il sistema. Nella vita accade qualcosa di analogo: ci sono momenti di complessificazione e momenti di semplificazione.

Quando bruciamo un pezzo di legno, ad esempio, questo — costituito da molecole complesse — viene semplificato in alcuni gas e minerali presenti nelle ceneri. Questo processo di dispersione dell’energia e di semplificazione prende il nome di entropia.

Ernst Götsch, che è il fondatore dell’idea di agricoltura sintropica, sostiene che la vita, quando è lasciata libera di esprimersi, tende naturalmente alla complessificazione, ovvero alla sintropia, l’opposto dell’entropia.

Entrambi i momenti sono necessari. Il problema è che oggi — e per “oggi” non intendo solo gli ultimi sessant’anni di rivoluzione verde o di agricoltura convenzionale, ma anche, in alcuni casi, gli ultimi dieci o dodicimila anni di storia agricola umana — c’è una notevole sproporzione tra il momento sintropico, cioè di complessificazione della vita, e quello entropico, cioè di semplificazione.

L’idea è quindi quella di recuperare il processo di complessificazione mentre si fa agricoltura.

Mentre coltiviamo pomodori, grano, mandorle o noci, invece di semplificare gli ecosistemi attraverso arature, bruciature, fresature del terreno e così via, cerchiamo di seguire le successioni naturali, che porterebbero, in diversi climi del mondo — compreso quello italiano —, alla formazione di una foresta.

L’obiettivo è dunque fare agricoltura imitando questi processi di complessificazione che vanno dal semplice verso la foresta, inserendo la produzione di cibo, legname e di tutto ciò che ci serve all’interno di questo meccanismo, che è, in definitiva, il meccanismo stesso della vita.

Cosa suggerisci ad un agricoltore che vuole avvicinarsi all’agricoltura sintropica?

Dipende moltissimo dal contesto, sono sistemi ad altissimo input di informazione. Chi fa monocoltura, anche se biologica, deve conoscere una pianta e qualche parassita, magari qualche pianta in competizione con la propria coltura. Noi invece cerchiamo di conoscere centinaia di piante, da poi gestire in successione.

Quando io devo coltivare un arancio non pianto solo l’arancio, ma insieme pianto delle piante del suo gruppo successionale, cioè di una foresta semidecidua subtropicale, che appunto è quella di origine di questa pianta, proveniente da una foresta tra Cina e India.

Pianto le piante del suo gruppo successionale e, oltre a queste, le piante dei gruppi successionali antecedenti, che porteranno all’attecchimento del gruppo successionale più avanzato, che in questo caso è quello dell’arancio.

Quindi pianterò piante pioniere, o erbacce infestanti o invasive, con vari termini di disprezzo. Queste piante verranno gestite per arrivare al gruppo successionale dell’arancio; nel frattempo io potrò inserire altra produzione, proprio giocando con le successioni naturali, e oltre alle piante di supporto potrò inserire produzioni di annuali come pomodoro e melanzana.

A livello di costi e risorse, che prezzo ha la transizione?

Sicuramente c’è un altissimo input di informazioni e di gestione, leggi manodopera. Gestire impianti con la densità, come nel nostro caso, di 15 mila piante in due ettari e quattro, non è la stessa cosa che gestire un uliveto con 120/150 piante ad ettaro. C’è molta più gestione e progettazione, bisogna gestire qualcosa che evolve e cresce, come piante, microrganismi e animali.

Invece che fare una fotografia di uno stato successionale, come potrebbe essere un aranceto, noi cerchiamo questa evoluzione. A livello di costi, sicuramente si abbattono i costi di fertilizzanti, pesticidi e insetticidi, anche se ammessi nell’agricoltura biologica. Questi costi diventano inesistenti, a parte un primo input forte di materia organica; invece crescono tutti gli altri input.

In zone del mondo dove gli input hanno un alto costo rispetto al prezzo del prodotto, mentre il costo della manodopera è basso, spesso e volentieri sono sistemi che salvano la vita agli agricoltori, che altrimenti non avrebbero i mezzi per sopperire ai costi iniziali di produzione.

È un po’ più complesso alle nostre latitudini, dove, per una grande ingiustizia interspecifica, è concesso ammazzare — e anche a basso costo — con pesticidi, erbicidi, arature, macchinari relativamente economici rispetto al costo finale di produzione. Avendo noi un alto costo della manodopera e un basso costo degli “input”, comincia a diventare possibile, ma più complesso, studiare la strategia per convertire il sistema di produzione.

In Puglia c’è stato il problema della Xylella, come si pone l’agricoltura sintropica di fronte a questo fenomeno?

Intanto, molto probabilmente il principale responsabile non è il batterio stesso, ma c’è una concausa di più organismi, tra cui una forte componente fungina, che nel centro della Puglia sembra essere maggiore di quella batterica.

In ogni caso, risponderei in due modi. Numero uno: siamo di fronte a una delle più antiche monocolture della storia, che risale all’epoca dei Borbone. Per quanto possiamo essere romanticamente affezionati agli olivi, si tratta pur sempre di una monocoltura, e le monocolture alla natura non piacciono. Prima o poi la natura si ribella, e per quanto possiamo essere legati agli olivi dei nostri nonni, sicuramente è un sistema che va cambiato.

Vanno eliminati gli ulivi? La mia risposta è no. Vanno eliminati gli uliveti.

Va eliminata quella coltivazione in monocoltura, caratterizzata da arature continue e da un forte utilizzo di input volti a distruggere la vita del suolo invece che a crearla. È il sistema che va cambiato, non la pianta.

Sebbene io abbia progettato dei sistemi per gli ulivi, non ho dati alla mano per riportare esperienze dirette. So però che esistono casi di olivicoltura “normale” che hanno superato le difficoltà legate al disseccamento rapido grazie a buone pratiche agricole: potature adeguate e trattamenti a base di zolfo, che comunque rientrano nelle pratiche dell’agricoltura convenzionale.

Io sono convinto che la risposta dovrebbe essere quella di cambiare sistema. E, se non si riuscirà, sarà la natura a farlo, eliminando le monocolture e facendo evolvere i sistemi verso strutture più complesse, capaci di creare più vita di quanta siamo riusciti a generarne negli ultimi duecento anni.

La monocoltura impiantata dai Borbone due secoli fa serviva per produrre olio lampante, destinato a illuminare le grandi capitali europee, e per l’uso alimentare. Si tratta sostanzialmente di un sistema concepito in un contesto completamente diverso, che oggi vede una gestione basata sul conflitto con il suolo e che va assolutamente cambiata.

Parlaci infine di quello che attualmente producete…

Nel nostro sito principale abbiamo trasformato parte del mandorleto preesistente in un sistema di agroforestry, mentre nell’area libera abbiamo impiantato sette diversi sistemi agroforestali, che utilizziamo anche come spazio di sperimentazione e ricerca.

Questo non è replicabile in molte aziende agricole: di solito i sistemi agroforestali con un focus commerciale prevedono, su superfici più estese, al massimo due o tre sistemi diversi.
Noi invece accettiamo di perdere in efficienza per guadagnare in ricerca, sperimentazione e didattica.

Alcuni sistemi hanno un focus sul mandorlo, altri su frutta mista e ortaggi, altri ancora sono più semplificati: uno è incentrato su albicocca e fico, un altro sull’uva, e così via.

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