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Home » El Niño il fenomeno climatico che spaventa il mondo

El Niño il fenomeno climatico che spaventa il mondo

22 Giugno 2026 di Alessandro Allori

Intervista al meteorologo e climatologo Giulio Betti, del Consorzio Lamma che ci spiega la situazione.

meteorologo Lamma Toscana

Lo abbiamo sentito nominare in diversi contesti, associandolo a eventi estremi come siccità, tempeste e aumento delle temperature oppure, nella sua controparte femminile, La Niña, ad altri fenomeni climatici altrettanto intensi.

Quest’oggi parleremo di El Niño, un fenomeno climatico periodico che si manifesta con un forte aumento della temperatura delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico centro-meridionale e orientale. Nella sua fase più recente, il fenomeno si presenta con un’intensità significativa e si sovrappone ai cambiamenti climatici già in atto.

Esistono ottime ragioni per preoccuparsi, soprattutto nei Paesi direttamente interessati. Anche in Europa e nel Mediterraneo potrebbero infatti verificarsi effetti indiretti che, per intensità e imprevedibilità, potrebbero causare danni rilevanti.

Ma siamo davvero sicuri di conoscere a fondo questo fenomeno? In realtà, a livello di opinione pubblica, se ne ha spesso una visione piuttosto superficiale e, in uno dei periodi più turbolenti della storia recente dell’umanità, caratterizzato da uno stato di crisi permanente e da una crescente disinformazione, si fatica talvolta a comprendere concretamente di cosa si tratti.

Per fare luce sulla natura di El Niño, su ciò che comporta e su cosa dobbiamo attenderci nei prossimi mesi, siamo andati a chiederlo al meteorologo Giulio Betti del Consorzio LaMMA (Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale) della Toscana.

Troverete di seguito l’intervista in formato testuale e la relativa versione audio-video sul nostro canale YouTube, al quale vi invitiamo a iscrivervi!

Ci faccia prima di tutto una breve presentazione del suo lavoro…

Mi occupo di previsioni meteorologiche, studio i cambiamenti climatici e la climatologia dinamica. Inoltre, elaboro previsioni a supporto della catena di allertamento della Protezione Civile della Regione Toscana.

Sono immerso dalla mattina alla sera nella meteorologia e nel clima e, per quanto El Niño possa apparire un fenomeno molto lontano da noi, riveste una grande importanza anche per il nostro territorio.

Si sente spesso parlare di El Niño nei notiziari e nei rapporti climatici internazionali. Che cos’è esattamente questo fenomeno e perché è così importante per gli equilibri climatici del pianeta?

El Niño di cosa si trattaEl Niño è un fenomeno periodico che si verifica mediamente ogni 2-6 anni, anche se non esiste una cadenza regolare e fissa. La sua controparte, comunemente definita femminile, è La Niña, anche se, trattandosi di un fenomeno climatico, il termine sarebbe in realtà neutro.

In cosa consiste? El Niño è un’anomalia della temperatura superficiale delle acque della fascia equatoriale dell’intero Oceano Pacifico, che periodicamente tende a riscaldarsi in modo anomalo. Quando questo riscaldamento interessa prevalentemente la porzione orientale dell’oceano, vicino alle coste del Perù e del Sud America, si parla di El Niño. Quando invece le anomalie si concentrano verso l’Australia e l’Indonesia, si parla di La Niña.

In questi giorni si sta sviluppando El Niño, caratterizzato proprio dallo spostamento di grandi masse di acqua molto calda verso le coste del Perù.

Perché avviene questo spostamento? L’ipotesi oggi più accreditata, tenendo presente che si tratta di un fenomeno estremamente complesso e tuttora oggetto di studio, è legata all’indebolimento dei venti Alisei. Si tratta di venti costanti che soffiano verso l’Equatore e convergono nel Pacifico equatoriale. Quando risultano più deboli del normale, le acque calde tendono a spostarsi verso il Perù; quando invece sono più intensi del normale, le acque calde vengono spinte verso l’Australia.

Negli ultimi mesi gli Alisei si sono indeboliti e il fenomeno di El Niño è tornato a manifestarsi. L’aspetto più rilevante è che quello attuale potrebbe diventare uno dei più intensi mai registrati.

Quindi si può dire che il fenomeno non è totalmente spiegato?

Diciamo che il fenomeno è legato sia alle dinamiche delle acque profonde sia all’intensità dei venti Alisei. Si sta ancora cercando di comprendere perché, periodicamente, questi venti tendano a indebolirsi o, al contrario, a intensificarsi.

Si tratta comunque di aspetti che fanno da contorno a un fenomeno molto studiato e ben conosciuto, del quale comprendiamo soprattutto gli effetti e che siamo in grado di prevedere con una discreta affidabilità. Una volta individuati i primi segnali, infatti, possiamo osservarne l’evoluzione con buona precisione.

È importante ricordare che El Niño è un fenomeno che è sempre esistito. Disponiamo anche di dati paleoclimatici che ne attestano la presenza nel corso della storia recente della Terra. Negli ultimi millenni abbiamo avuto numerose evidenze sia di fasi di El Niño sia di La Niña, quindi conosciamo piuttosto bene questo sistema climatico.

Si tratta di un fenomeno talmente vasto e influente da avere conseguenze sulla circolazione atmosferica globale. In alcuni Paesi questi effetti sono particolarmente rilevanti e possono determinare risultati molto diversi in termini di produzioni agricole, che possono essere eccellenti oppure disastrose, così come influenzare la disponibilità delle risorse idriche, facendole aumentare o diminuire sensibilmente.

Nei secoli passati, la presenza di El Niño poteva davvero significare una questione di vita o di morte per molte popolazioni dell’America Latina, ma non solo.

Come si relaziona un fenomeno naturale ai cambiamenti climatici in atto, la cui origine è antropica? Si sovrappongono?

El Niño, come abbiamo già detto, è un fenomeno che è sempre esistito e continuerà a esistere anche in presenza dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo.

Il punto è che El Niño si inserisce oggi in un pianeta più caldo e in oceani significativamente più caldi rispetto a quelli che caratterizzavano eventi analoghi avvenuti tre o quattro secoli fa. In questo senso, il fenomeno trae vantaggio dal riscaldamento globale. Si ritiene infatti che episodi di El Niño forte o molto forte, come quello che potrebbe interessare il mondo nei prossimi mesi, possano aumentare di intensità a causa del cambiamento climatico.

In realtà il motivo è piuttosto intuitivo: acque superficiali cronicamente più calde del normale forniscono maggiore energia sia al sistema El Niño sia al sistema La Niña, contribuendo a renderli più intensi.

Non esiste invece un consenso scientifico altrettanto solido riguardo alla frequenza complessiva degli episodi di El Niño. Non sappiamo ancora se il rapido cambiamento climatico degli ultimi decenni porterà a un aumento o a una diminuzione del numero di eventi. È però ritenuto molto probabile che gli eventi estremi associati a El Niño possano diventare più numerosi e più intensi in futuro.

Quali sarebbero le conseguenze di El Niño su temperature, precipitazioni ed eventi estremi? E quali possibili effetti potrebbe avere su agricoltura e risorse idriche?

alluvioni el nino

Questo è un tema che va affrontato in modo piuttosto analitico, perché gli effetti di El Niño variano notevolmente da una regione all’altra del pianeta.

Sappiamo con ragionevole certezza che nei prossimi mesi ci saranno aree della Terra dove il fenomeno avrà un impatto diretto. In alcune zone dell’America Latina, ad esempio, si potrebbero osservare precipitazioni molto abbondanti e fenomeni alluvionali, mentre in Australia e Indonesia sono attese gravi condizioni di siccità e ondate di calore particolarmente intense. Situazioni analoghe potrebbero verificarsi anche negli Stati Uniti meridionali.

Potrebbero inoltre esserci conseguenze importanti sul Polo Nord. El Niño potrebbe infatti accelerare la fusione dei ghiacci della banchisa artica, un effetto che il fenomeno tende a produrre indipendentemente dal cambiamento climatico, favorendo un aumento delle temperature nell’Artico.

Un’altra conseguenza riguarda l’attività degli uragani. El Niño è associato a un aumento della frequenza e dell’intensità degli uragani nell’Oceano Pacifico, mentre tende a determinare una diminuzione sia della frequenza sia dell’intensità degli uragani nell’Oceano Atlantico. La stagione 2026 degli uragani atlantici dovrebbe quindi essere relativamente modesta, mentre quella del Pacifico potrebbe risultare particolarmente intensa.

El Niño incide inoltre in modo significativo sui monsoni indiani, che tendono a diventare più deboli. Parallelamente, come già accennato, in alcune aree dell’America Latina si prevede un aumento delle precipitazioni, mentre in altre regioni, come parte del Brasile orientale, potrebbero prevalere condizioni di siccità.

Questi sono alcuni degli effetti più noti e documentati nelle aree direttamente influenzate dal fenomeno. L’aspetto più rilevante è che l’evento attuale potrebbe raggiungere un’intensità molto elevata, collocandosi tra i più forti da quando disponiamo di osservazioni sistematiche, con conseguenze potenzialmente molto marcate su clima, agricoltura e disponibilità delle risorse idriche.

Per quanto riguarda l’Europa e, più in generale, il Mediterraneo?

europa effetti el nino

Per quanto riguarda l’Europa, si tratta di una domanda estremamente complessa, perché El Niño non impatta direttamente sul nostro continente.

Questo avviene perché le onde atmosferiche che influenzano aree come gli Stati Uniti tendono a perdere energia attraversando l’Oceano Atlantico. Esiste un meccanismo molto complesso che fa sì che gli effetti diretti del fenomeno si attenuino fino quasi ad annullarsi durante il percorso.

È quindi molto difficile stabilire con precisione quale sarà il suo impatto sull’Europa. Possiamo però affermare che esistono degli effetti indiretti sulle condizioni meteorologiche europee e, più in generale, sulle regioni del mondo che non vengono colpite direttamente dal fenomeno.

In che modo? Anche in questo caso il ragionamento è più intuitivo di quanto possa sembrare. Viviamo in un pianeta già molto più caldo della norma e con oceani che presentano temperature estremamente elevate. Un El Niño particolarmente intenso contribuirà ad accelerare ulteriormente l’aumento delle temperature globali nei prossimi mesi e probabilmente per gran parte del 2027.

L’aumento delle temperature favorisce una maggiore evaporazione delle acque e una maggiore quantità di vapore acqueo nell’atmosfera. Allo stesso tempo, le anomalie termiche degli oceani rappresentano un fattore che può aumentare la probabilità di fenomeni meteorologici estremi.

Se già oggi osserviamo eventi estremi, la presenza di un El Niño conclamato potrebbe renderli ancora più intensi. E non mi riferisco soltanto alle precipitazioni eccezionali, ma anche alle ondate di calore e alle siccità.

Ci tengo però a precisare un aspetto importante: l’ondata di calore che stiamo vivendo in questi giorni non ha nulla a che vedere con El Niño. È fondamentale ribadirlo perché gli effetti diretti del fenomeno sono attesi a partire da luglio 2026, mentre nelle aree interessate solo indirettamente le conseguenze potrebbero manifestarsi tra agosto e settembre-ottobre. Al momento, quindi, non stiamo ancora percependo questi effetti.

Cosa dovrebbero fare i governi dei territori interessati direttamente, ma anche indirettamente, per prevenire e ridurre gli effetti estremi di El Niño?

resilienza agli eventi avversiEl Niño è probabilmente il fenomeno climatico più studiato e conosciuto al mondo.

In passato, parlo tra il XIV e il XVIII secolo, un evento di questo tipo poteva davvero fare la differenza tra la vita e la morte in Paesi che vivevano prevalentemente di agricoltura di sussistenza e dove il benessere delle popolazioni dipendeva dall’esito dei raccolti.

Oggi esistono strumenti e strategie che consentono di ridurne gli impatti, e si tratta sostanzialmente delle classiche politiche di adattamento.

Se mi trovo in Perù e so che nei prossimi mesi arriveranno precipitazioni eccezionali, metterò in sicurezza le aree più esposte, anticiperò alcune coltivazioni, evacuerò le popolazioni a rischio e rafforzerò argini e infrastrutture.

Se invece mi trovo in Australia e so che dovrò affrontare una grave siccità e intense ondate di calore, cercherò di risparmiare e accumulare risorse idriche. Lo stesso principio vale per l’India nella produzione del riso, per gli Stati Uniti nella gestione delle ondate di calore o per l’Indonesia rispetto alla scarsità d’acqua.

I Paesi colpiti direttamente dal fenomeno sono generalmente più preparati a reagire, pur nei limiti delle loro possibilità. Molto più complesso è invece difendersi dagli effetti indiretti, perché non sappiamo con esattezza quali saranno le conseguenze specifiche.

Il buon senso suggerisce che, poiché il clima sta cambiando verso una progressiva estremizzazione dei fenomeni e poiché El Niño può amplificarli ulteriormente, sia necessario mettere in pratica tutte quelle politiche di adattamento che la comunità scientifica propone da anni, così da ridurre le conseguenze di eventi di questa portata.

Come dovrebbe porsi la comunità scientifica, sia riguardo al cambiamento climatico sia a El Niño, nei confronti di un’opinione pubblica sempre più distratta e spesso attratta da teorie negazioniste?

Innanzitutto facendo ciò che stiamo facendo in questo momento: dare spazio alla scienza affinché possa parlare alle persone in modo chiaro e comprensibile.

Se non si spiegano i fenomeni scientifici e climatici, è difficile che l’opinione pubblica possa comprenderne la portata e la gravità. Servono quindi comunicazione, divulgazione scientifica e consapevolezza.

La consapevolezza nasce anche dal sostegno alla ricerca. Faccio un esempio: negli Stati Uniti si stanno rimuovendo alcune apparecchiature fondamentali per il monitoraggio delle correnti oceaniche. Si tratta di una scelta che segue una visione negazionista, secondo la quale il cambiamento climatico sarebbe inesistente oppure non sufficientemente importante da meritare attenzione.

no climate change

Smantellare una rete di osservazione significa però indebolire la capacità di comprendere e prevedere i fenomeni estremi. Se non si osserva un fenomeno, diventa più difficile studiarlo e quindi prevederlo.

Per questo serve un forte sostegno alla ricerca scientifica, che permetta di comprendere meglio questi processi e di sviluppare strumenti efficaci per affrontarli. Accanto alla ricerca, rimangono fondamentali tutte quelle politiche di adattamento e mitigazione che gli scienziati indicano da oltre trent’anni.

Per quanto riguarda lo scetticismo, basta guardarsi intorno per rendersi conto che il clima sta cambiando. Il problema non è che il clima cambi: il clima è sempre cambiato e continuerà a cambiare. Ciò che deve preoccuparci è la velocità con cui questo cambiamento sta avvenendo.

È proprio questo ritmo, del tutto anomalo rispetto ai tempi naturali, a generare conseguenze molto serie che devono essere affrontate.

Secondo me è arrivato il momento di uscire dall’adolescenza climatica ed entrare nell’età adulta, riconoscendo che ci troviamo di fronte a un problema reale che richiede un impegno collettivo.

Che si sia negazionisti, scettici oppure convinti della realtà del cambiamento climatico, le sue conseguenze arriveranno comunque.

Chi trae maggior vantaggio dal negare il cambiamento climatico?

In parte si tratta di una difesa dello status quo.

Se si mettono in discussione gli interessi delle grandi aziende del settore petrolifero e del gas, che da oltre due secoli occupano una posizione dominante nel mercato globale dell’energia e generano fatturati enormi, è comprensibile che non vi sia una particolare volontà di accelerare la transizione energetica.

Non è necessariamente una questione ideologica, quanto piuttosto una questione di conservazione delle posizioni di potere esistenti.

Tuttavia, questa rigidità rischia di trascinare tutti verso conseguenze sempre più problematiche, rendendo molto più difficile affrontare in modo efficace le sfide poste dal cambiamento climatico.

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