.Intervista di Natural Mania al celebre geologo, ricercatore del Cnr e divulgatore scientifico.
I cambiamenti climatici negli ultimi anni si sono manifestati in maniera preponderante e spesso devastante, attraverso fenomeni come bombe d’acqua, alluvioni, siccità, scioglimento dei ghiacciai e altri eventi che ne rappresentano le conseguenze, tra cui incendi, migrazioni di massa e, da ultimo, guerre che spesso non sono altro che il risultato dell’accaparramento delle risorse naturali. Nonostante all’apparenza si parli del problema e si organizzano delle conferenze, come quella che ha dato vita agli Accordi di Parigi sul clima del 2015 o il Green Deal Europeo del 2019. In concreto si fa sempre troppo poco ed anzi negli ultimi tempi si assiste ad una sorta di ripensamento rispetto a quanto stabilito a Parigi, ovvero di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°. L’elezione di Donald Trump nuovamente a Presidente degli Stati Uniti è stata l’ennesima doccia fredda che comporterà l’uscita dagli Accordi di Parigi del principale paese emissore di gas serra e l’aumento del consumo di idrocarburi come petrolio e carbone. La domanda, a questo punto, nasce spontanea: dobbiamo rassegnarci all’ineluttabile o c’è ancora margine di speranza? Chi pagherà il prezzo di questi ritardi? Lo abbiamo chiesto a Mario Tozzi, noto ricercatore del CNR e divulgatore scientifico, oltre che saggista e conduttore televisivo, che ci ha fatto l’onore di concederci parte del suo tempo per questa intervista, disponibile sia in forma testuale sia in formato audio.
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Cosa si dovrebbero fare in concreto gli stati per contrastare i cambiamenti climatici e cosa può fare il cittadino per difendersi da questi eventi sempre più potenti ed estremi?
“Il singolo stato da solo non può fare un granché, come non può fare niente il singolo cittadino, altra cosa se i cittadini trovano un concerto comune e soprattutto gli stati trovano un accordo comune obbligatorio, obbligato sulla crisi climatica. Quello che si deve fare gli scienziati lo hanno già indicato, poi sta alla politica se volerlo fare oppure no, ma per farlo soprattutto a livello internazionale dobbiamo farlo tutti insieme, se non lo si fa tutti insieme è difficile uscirne fuori. Il clima è un problema che riguarda la Terra, non ci sono i confini delle nazioni, quindi se una nazione inquina di più può anche far di più per non inquinare, ma se le altre non fanno altrettanto non andiamo lontano, cosicché quella che inquina di meno non può tirarsi indietro dicendo io ho fatto già il mio.
Bisogna andare di concerto e questo non avviene. Basti guardare le conferenze sul clima che falliscono tutte perché soprattutto gli stati occidentali che hanno guadagnato di più dalla crisi climatica e l’hanno scatenata non vogliamo saperne niente di compensare quelli che si dovrebbero sviluppare oggi e che non gli piace sentirsi dire ‘voi vi dovete comportare in un certo modo’.
A livello di Unione Europea non vi è un reale un cambiamento?
“Ma no, l’Unione Europea è quella che fa meglio, ha stabilito anche un programma di Green Deal, ha cercato di riconvertire, è quella che si è più impegnata a livello culturale. E’ quella che fa di più effettivamente, ma è anche quella che inquina di meno, per cui poi se poi leviamo il contributo dell’Europa, poi però rimane tutto il resto. Ma è sempre bene farlo, però non è sufficiente.
Oltre al contrasto vi è l’adattamento, quali sono gli strumenti che possono consentire di ridurre il danno di eventi estremi…
Come convincere i governi ad un cambiamento epocale, in un periodo in cui si torna a parlare di trivelle e armamenti? Ci vorrebbe più pressione dell’opinione pubblica?
“I governi non faranno mai niente del genere perché hanno paura di perdere consensi. Giocano proprio su questo lo dicono pure esplicitamente ‘non è colpa nostra’, ‘noi italiani inquiniamo poco’, ‘il vecchietto con la Panda Euro 1 inquina poco‘, tutte cose vere ma ognuno dovrebbe fare la propria parte.
Non hanno poi il coraggio di fare l’unica azione che si dovrebbe fare, ovvero pagare a chi la crisi climatica l’ha scatenata cioè alle compagnie di che usano Gas, Petrolio e Carbone, sono loro che devono pagare la crisi, sono loro che devono restituire il maltolto, non noi.
Nessuno ha il coraggio di farlo, questo è il punto. Dovremmo boicottare, ma nessuno lo fa continuiamo a prendere l’autovettura, a prendere l’aeroplano. Difficile far passare l’idea di non prendere più benzina. E’ difficile farlo però si la pressione dell’opinione pubblica potrebbe servire anche se penso che ci si arriverà a forza di accumulare traumi. Se volessimo scegliere per intelligenza, ma penso che non ci sia la consapevolezza di una crisi micidiale in atto, si pensa che come tutte le altre volte la sfangheremo. A volte l’Homo Sapiens è così agisce quando non c’è più niente da fare”.
Quando l’uomo però vuole dei risultati li ottiene, come per esempio per il buco nell’ozono. Non trova?
Come spesso avviene saranno le fasce più povere della società a pagare per primi le conseguenze?
“Si è più o meno quello che succede, adesso chi ha la possibilità di farlo come noi occidentali si costruisce il proprio percorso. Ha la casa con il condizionatore, ha la possibilità di ripararsi dalla tempesta, pagano gli altri. Ma non ci rendiamo conto che le correnti migratorie sono provocate tutte dagli eventi dovuti al clima che cambia. Come per esempio il Bangladesh, un paese basso, che subisce le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai. L’innalzamento delle temperature che favoriranno le inondazioni dovute all’innalzamento del livello del mare. Ciò comporterà il fatto che le risaie finiranno inghiottite dall’acqua del mare ed a quel punto dovrai per forza emigrare, e molte di queste persone verranno da noi”.
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