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Home » Cambiamento climatico nelle aree polari: effetti globali e rischi per il pianeta

Cambiamento climatico nelle aree polari: effetti globali e rischi per il pianeta

29 Gennaio 2026 di Natural Mania

Intervista a Florence Colleoni, glaciologa e paleoclimatologa, prima ricercatrice dell’OGS

Su Naturalmania ci siamo occupati più volte di cambiamento climatico e delle sue conseguenze, dando spazio a diverse prospettive e affrontando temi che riguardano tutti noi. Esistono però aree del pianeta che risentono in modo particolare del surriscaldamento globale: le regioni polari.

Luoghi che possono sembrare lontani, ma la cui sorte potrebbe avere conseguenze dirette sull’intero pianeta. Basti pensare all’innalzamento del livello dei mari e degli oceani, ma anche alle implicazioni geopolitiche. Le mire degli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, verso la Groenlandia, così come l’interesse di Cina e Russia per l’Artico, sia in termini di rotte commerciali sia di risorse, mostrano chiaramente come lo scioglimento dei ghiacci polari stia alimentando l’appetito delle grandi potenze.

Un processo che rischia di mettere in secondo piano i problemi ambientali, la sovranità dei territori e il rispetto verso le popolazioni che li abitano da millenni e che si sono ritrovate improvvisamente al centro dei giochi globali.

Per comprendere meglio la situazione, da un punto di vista scientifico ma non solo, abbiamo intervistato la professoressa Florence Colleoni, glaciologa e paleoclimatologa, prima ricercatrice presso l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). La sua attività di ricerca è infatti incentrata sullo studio delle aree polari.

Di seguito potete leggere l’intervista testuale, mentre la versione audio è disponibile sul nostro canale YouTube, al quale vi invitiamo a iscrivervi!

Entriamo nel vivo dell’argomento. Qual è attualmente la situazione delle aree polari in conseguenza dei cambiamenti climatici?

Foto di Bernd Hildebrandt da Pixabay

Al giorno d’oggi entrambe le zone polari sono sottoposte agli effetti del cambiamento climatico e, purtroppo, sia in Groenlandia (alte latitudine Nord) sia in Antartide (Polo Sud) i ghiacci si stanno sciogliendo. La Groenlandia molto più dell’Antartide, perché non è localizzata esattamente al Polo Nord ma a una latitudine più bassa. Questo la rende fortemente influenzata dai cambiamenti del clima regionale provenienti dal Nord America, rendendola particolarmente vulnerabile.

Durante l’estate, sorvolando la Groenlandia in assenza di nuvole, è possibile osservare numerosi laghi di acqua di fusione che si formano sulla superficie della calotta. Con il passare del tempo, questi laghi tenderanno ad aumentare. Anche nella zona centrale della Groenlandia, che è la più fredda e la più elevata, pur non registrando uno scioglimento vero e proprio, negli anni particolarmente caldi si osservano comunque dei cambiamenti, e questo non è certamente un buon segnale.

Tra le due calotte, l’Artico (Polo Nord) è senza dubbio quello che si sta sciogliendo più rapidamente. L’Antartide, invece, subisce anch’essa l’impatto del cambiamento climatico, ma in misura minore. Questo perché il continente antartico è localizzato esattamente al Polo Sud e non riceve radiazione solare per circa tre mesi all’anno, un fattore che contribuisce a rallentare lo scioglimento superficiale.

Ciò che stiamo osservando, tuttavia, è che lo scioglimento superficiale comincia a manifestarsi nelle zone leggermente più a nord dell’Antartide, nella Penisola, vicino alla punta del Sud America. Questo rappresenta un segnale importante dell’intensità del riscaldamento globale.

Foto di Наталья Коллегова da Pixabay

Attualmente, però, il fenomeno che contribuisce maggiormente alla perdita di massa dell’Antartide è il riscaldamento degli oceani. Il ghiaccio antartico è infatti connesso a un continente circondato dall’oceano. Con l’aumento della temperatura oceanica, il calore raggiunge progressivamente le masse glaciali. I ghiacci scorrono verso le coste e, una volta raggiunto l’oceano, galleggiano sulla sua superficie, formando grandi piattaforme di ghiaccio, che chiamiamo ice shelves.

Non toccando il fondale marino, l’oceano può raggiungere la base di queste piattaforme, trasferendo calore e provocandone lo scioglimento da sotto. Questo è il principale meccanismo attraverso il quale l’Antartide perde massa in modo significativo, un fenomeno visibile anche dallo spazio. A differenza della Groenlandia, questo processo avviene prevalentemente “dal basso”, risultando invisibile a occhio nudo e osservabile solo tramite satelliti.

Il dato di fatto è che entrambe le calotte polari stanno accelerando il loro processo di scioglimento.

A che ritmo si stanno sciogliendo i poli?

Rispetto a dieci anni fa, lo scioglimento dei poli si è quasi raddoppiato. Abbiamo misurato che anche l’innalzamento del livello del mare è più che raddoppiato e, dai calcoli effettuati, emerge che questo processo avviene con un andamento piuttosto esponenziale, tendendo ad accelerare nel tempo.

Si tratta di un dato legato alla fisica stessa del ghiaccio. È un fenomeno che si può osservare facilmente anche nella vita quotidiana: quando un cubetto di ghiaccio inizia a sciogliersi, all’inizio sembra quasi non cambiare, ma poi scompare rapidamente. Una volta che il meccanismo si è messo in moto, infatti, non si arresta fino a quando il ghiaccio non si è sciolto completamente, a meno che le condizioni ambientali non tornino ad essere veramente molto fredde.

Quali sono gli effetti dello scioglimento delle calotte polari sugli oceani e sul Mediterraneo?

Quando si scioglie una calotta polare ci sono almeno tre grandi effetti.

Il primo riguarda l’abbassamento dell’elevazione della calotta stessa, che di fatto produce cambiamenti nella circolazione atmosferica. Ovviamente, per generare cambiamenti molto significativi nella circolazione atmosferica sarebbe necessario che gran parte della Groenlandia e dell’Antartide si sciogliessero.

Un altro effetto importante è il rilascio di enormi quantità di acqua dolce negli oceani, che provoca una diminuzione della salinità e della densità delle masse d’acqua. I cambiamenti di densità da una regione all’altra, insieme ai venti di superficie, sono infatti i motori della circolazione oceanica e permettono il trasporto di calore dall’equatore verso i poli e, viceversa, di aria fredda dai poli verso l’equatore. Si tratta di un grande sistema chiamato “nastro trasportatore globale”.

Quando le calotte polari si sciolgono e immettono negli oceani grandissime quantità di acqua dolce, questi cambiamenti di densità, che normalmente sono locali o regionali, alterano questo equilibrio e ostacolano il trasporto di calore dall’equatore ai poli e di freddo dai poli all’equatore.

Esistono, ad esempio, due grandi aree di convezione oceanica in cui l’acqua di superficie proveniente dal Golfo del Messico si raffredda, diventa più densa e più salata e sprofonda, partecipando a questo ciclo globale: una si trova vicino alla Groenlandia e l’altra al largo della Norvegia.

Se questi siti vengono perturbati da grandi quantità di acqua dolce proveniente dallo scioglimento dellla Groenlandia, ciò contribuisce a rallentare la Corrente del Golfo e, più in generale, la circolazione termoalina su scala globale, con la conseguenza di un raffreddamento (di qualche grado) dovuto alla riduzione del trasporto di calore.

L’ultimo effetto è l’innalzamento del livello del mare. Questo fenomeno riguarda anche il Mediterraneo, perché dobbiamo immaginare il nostro pianeta come una grande bacinella, all’interno della quale una parte del ghiaccio si trova inizialmente all’esterno ma, sciogliendosi progressivamente, contribuisce all’aumento medio del livello del mare. Esistono inoltre altri effetti, sia climatici sia tettonici, in diverse regioni del mondo, che possono amplificare o rallentare questo innalzamento.

In ogni caso, il Mediterraneo segue lo stesso andamento dell’innalzamento medio globale e rappresenta un buon termometro di ciò che sta accadendo a livello planetario.

Gli eventi estremi stanno aumentando in frequenza e intensità. Esiste una correlazione con lo scioglimento dei poli?

alluvioniSono senz’altro fenomeni legati ai cambiamenti climatici. Anche in montagna e nei ghiacciai si verificano eventi estremi, dei quali abbiamo osservato e misurato direttamente gli effetti. Nei ghiacciai di montagna avvengono crolli improvvisi, come purtroppo è successo di recente sulla Marmolada o, più recentemente, in Svizzera.

In Antartide e in Groenlandia cosa accade? Si intensifica lo scioglimento del ghiaccio in superficie: improvvisamente arriva una grande quantità di calore che permane per più giorni sopra lo zero (blocking atmosphferico), anche di molti gradi, e questo amplifica notevolmente lo scioglimento. In Groenlandia questo fenomeno avviene sempre più frequentemente. In Antartide, invece, l’effetto è mirato ad alcune zone su cui il calore viene trasportato tramite “fiumi atmosferici” ed a risentirne, sono gli ice shelves che si trovano al livello del mare e quindi più propensi a riscaldarsi.

Lo scioglimento si intensifica in queste aree e, successivamente, quando avviene un nuovo congelamento, si formano dei crepacci che contribuiscono al distacco di queste piattaforme di ghiaccio. Si tratta di strutture fondamentali per la stabilità dell’intera calotta, perché fungono in parte da “tappo”. Se questi tappi vengono rimossi, si innesca un’accelerazione molto rapida dello scorrimento dei ghiacciai, che si traduce in una grande quantità di massa glaciale riversata nell’oceano, fino a quando la calotta non riesce a ritrovare un nuovo equilibrio.

Questi eventi estremi, che possono durare poche ore o pochi giorni, hanno comunque un’importanza rilevante, anche solo in termini di innalzamento del livello del mare. Non è quindi solo il cambiamento climatico nel suo andamento di lungo periodo a influenzare il futuro, ma anche l’intensificazione degli eventi estremi nelle zone polari, che può avere effetti diretti anche sulle nostre latitudini, in particolare per quanto riguarda l’aumento del livello del mare.

Inevitabile una domanda sulla situazione geopolitica che si è venuta a creare da quando Trump ha più volte manifestato di voler appropriarsi della Groenlandia. In che modo lo scioglimento delle calotte polari influisce su questa situazione?

Foto di nettips da Pixabay

La Groenlandia, come tutta la regione dell’Artico, è da sempre sottoposta a una corsa alle risorse. Man mano che l’estensione del ghiaccio marino, che ricopre tutto l’Artico d’inverno e una rimane perenne durante l’estate solo in alcune zone, ha cominciato a rimpicciolirsi, le azioni si sono messe in moto, ma non si tratta di un fenomeno recente: questa competizione va avanti da secoli.

Proprio per questo esiste il Consiglio Artico (Arctic Council), che riunisce tutte le nazioni affacciate sull’Oceano Artico e le popolazioni indigene che vivono in queste regioni. Questo organismo ha la funzione di mediare, perché storicamente moltissimi Paesi hanno tentato di occupare territori, o lo hanno fatto concretamente, per mettere le mani sulle risorse. L’idea dell’Arctic Council è proprio quella di gestire e mediare queste pretese.

Già nel XIV° secolo si cercava il passaggio a nord-ovest per motivi chiaramente commerciali. Guardando alla storia, quindi, questa corsa alle risorse è sempre esistita e Donald Trump non è certamente il primo a provarci.

Molto diverso è il contesto del Trattato Antartico, istituito negli anni Sessanta per proteggere l’Antartide dalla corsa alle risorse. Le condizioni meteorologiche estremamente difficili e il fatto che il continente sia completamente ghiacciato rendono poco redditizia l’estrazione di risorse.

Questo trattato tutela l’Antartide e permette agli scienziati di accedervi; tuttavia, anche in questo caso, tutte le basi costruite dalle diverse nazioni hanno comunque una valenza strategica dal punto di vista geopolitico. L’Antartide, infatti, non appartiene a nessuno ma, di fatto, appartiene a tutti.

Avere basi scientifiche in Antartide è un fattore strategico, così come lo è avere basi scientifiche lungo l’oceano Artico. Queste strutture fungono anche da pretesto per le nazioni geograficamente vicine per osservare e comprendere ciò che sta accadendo. Più il cambiamento climatico avanza e si amplifica, più questa corsa diventa evidente. Quando il ghiaccio marino comincerà ad assottigliarsi ulteriormente nella parte settentrionale delle coste Groenlandia, dove alcune zone resistono ancora, le tensioni potrebbero diventare molto più forti di quanto lo siano oggi.

Senza dare credito ai modi e agli atteggiamenti di Donald Trump, è vero che storicamente questa competizione è sempre esistita. Dal punto di vista scientifico, per quanto riguarda la Groenlandia, sarebbe estremamente difficile non potervi più accedere. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dato colpi importanti alla ricerca, ritirandosi dagli Accordi di Parigi e dall’IPCC.

È evidente che Trump non sia un sostenitore dello studio del cambiamento climatico, e la Groenlandia rappresenta uno dei punti più importanti per il monitoraggio dell’innalzamento del livello del mare.

In una prospettiva futura, perdere l’accesso alla Groenlandia significherebbe creare un problema per tutta la comunità scientifica internazionale, perché senza dati diventa molto più difficile fare stime e dare informazioni rilevanti alle autorità nazionali e territoriali. Per noi scienziati questo scenario sarebbe davvero drammatico. Fortunatamente, negli ultimi anni è stato fatto un grande lavoro di salvaguardia di datasets fondamentali per lo studio dei fenomeni polari.

Queste nuove tensioni non promettono nulla di buono. Siamo tutti in contatto e osserviamo con attenzione ciò che accadrà, consapevoli che la Groenlandia rappresenta un elemento centrale per molti aspetti dello studio dell’Artico e dei cambiamenti climatici globali.

Tornando agli effetti dello scioglimento dei ghiacciai, quali sono le conseguenze tangibili e visibili con cui avremo a che fare nei prossimi anni?

Non si può parlare molto dell’aspetto atmosferico, perché per modificare in modo significativo la circolazione atmosferica sarebbe necessario lo scioglimento di una quantità enorme di ghiaccio. Quello che vedremo maggiormente sarà l’impatto sugli oceani e sull’innalzamento del livello del mare.

Esistono molte zone del mondo che si trovano a quote poco elevate e che sono quindi particolarmente a rischio: dall’Italia al Bangladesh, dalle Maldive alle piccole isole del Pacifico.

Tutte le aree costiere, comprese quelle che ospitano grandi città, sono esposte a questo pericolo. Questa tendenza è già in atto: le zone costiere sono sempre più soggette a mareggiate intense che provocano danni, perché l’innalzamento del livello del mare amplia le aree colpite o causa allagamenti all’interno delle città, impedendo all’acqua piovana di defluire verso l’oceano.

Direi che tutte le zone costiere hanno già iniziato a osservare questi fenomeni. Io stessa, che abito a Trieste da otto anni, posso dire di aver notato chiaramente i cambiamenti in questo periodo. Ormai, ogni forte pioggia che coincide con il picco dell’alta marea provoca allagamenti in molte zone, non solo in quelle più vicine al mare ma anche nel centro città, perché l’acqua piovana non riesce più a defluire correttamente.

Quindi non si tratta di fenomeni che avvengono solo in aree remote: stanno accadendo anche a casa nostra.

Cosa suggerirebbe, da scienziata o da cittadina, alle persone che vivono in zone a rischio?

È necessario ridurre i danni, adattarci e pensare a soluzioni che ci permettano di convivere con un innalzamento del livello del mare che sarà sempre più significativo, anche nel caso in cui si riuscisse a mitigare il cambiamento climatico o se le emissioni si fermassero da un giorno all’altro.

Il calore che si è accumulato nei ghiacci continuerebbe comunque a farli sciogliere per secoli, se non per millenni, nel futuro. Non potendo evitare completamente questo processo, l’unica strada possibile è l’adattamento. Già vent’anni fa, quando facevo il dottorato, si parlava della necessità di adattarsi; rimandando continuamente le scadenze, ci siamo ritrovati oggi con fenomeni sempre più frequenti e presenti.

Concludendo, da scienziata, quale messaggio le piacerebbe arrivasse ai cittadini e ai politici circa l’importanza di continuare gli studi relativi allo scioglimento delle calotte polari?

Credo che queste zone debbano essere monitorate continuamente. Già in un contesto geopolitico “normale” facciamo fatica a monitorare tutto in modo adeguato.

I progressi scientifici che abbiamo fatto riguardo all’innalzamento del livello del mare e alla sua misurazione sono stati possibili perché abbiamo potuto usufruire di un altissimo livello di cooperazione internazionale tra i paesi, e di collaborazioni scientifiche.

In questo contesto geopolitico, in cui i trattati si stanno frammentando, avremmo invece ancora più bisogno di cooperazione e di condivisione dei dati, e ne avremo sempre di più in uno scenario così incerto. È quindi fondamentale continuare a dialogare e collaborare con gli altri Paesi del mondo: questo è cruciale sotto ogni punto di vista.

Mi pare di capire che nella comunità scientifica ci sia molta unità di intenti, mentre è la spinta politica che manca. È corretto?

Dipende. Poco prima di Natale ho partecipato a un’assemblea di parlamentari antartici ed è stata un’esperienza estremamente interessante, perché erano eletti nei rispettivi Paesi che fanno parte del Trattato Antartico, tra cui l’Italia. E hanno più margine di manovra di una delegazione nazionale governativa come succede durante i “Antarctic Treaty Consultative Meetings” (il prossimo sarà a Hiroshima a Maggio). .

Ci hanno chiesto di cosa abbiamo bisogno per fare progressi nella scienza polare e noi abbiamo ribadito che è fondamentale poter continuare a osservare l’Antartide e non tagliare i fondi destinati al monitoraggio, sia per quanto riguarda le osservazioni satellitari sia quelle che abbiamo messo in campo sui ghiacciai.

La continuità è fondamentale, perché solo mantenendo osservazioni costanti nel tempo possiamo comprendere davvero i cambiamenti in atto e le loro conseguenze.

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