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Home » Sartoria ed ecosostenibilità: l’arte della moda di Alessandra Micolucci

Sartoria ed ecosostenibilità: l’arte della moda di Alessandra Micolucci

3 Novembre 2025 di Alessandro Allori

Intervista alla stilista veneziana che sceglie la tradizione per realizzare le sue opere uniche.

stilista e designer

Torniamo dopo tanto tempo a parlare di moda ecosostenibile e di slow fashion. Per farlo siamo andati in uno dei luoghi più belli la mondo, ovvero Venezia con la Laguna Veneta a farle da contorno. In questo scenario poetico e da cartolina nascono le creazioni di Alessandra Micolucci, designer e stilista veneziana che ci ha voluto raccontare di come progetta e crea i suoi vestiti e della filosofia di moda che persegue, molto legata al contesto culturale ed ambientale che la circonda. I suoi abiti sono prodotti con tessuti  e tinture naturali e ogni creazione è un pezzo unico e resistente, differente l’uno dall’altro. Per realizzarli si serve di prodotti della terra a km 0 e di tinture frutto di tradizioni secolari che ha orgogliosamente riportato a nuova vita.

E’ lei stessa che, in questa intervista spiegherà ai lettori di Natural Mania, il suo lavoro ed i principi che guidano il suo concetto di moda e design. Oltre alla versione testuale esiste la versione audio collegandovi al nostro canale You Tube a cui vi invitiamo a iscrivervi.

Iniziamo l’intervista parlando delle tue radici professionali e di come ti sei affacciata al mondo del design e della moda…

La mia figura, che poi è diventata professionale, nasce da qualcosa che appartiene alla vita quotidiana. Io nasco e cresco a Venezia, e le contaminazioni che ho avuto, dettate un po’ dalla mia famiglia, sono quelle della biologia e quindi dell’ecosostenibilità. Ho fratelli biologi e i miei genitori sono molto interessati all’arte; dalla parte materna, invece, c’è sempre stata una cultura della sartoria. Crescendo sotto questi dettami — non imposti, ma vissuti in modo molto naturale — sono diventata quella che sono adesso.

È una commistione di questi tre elementi fondamentali che, alla fine, hanno trovato un equilibrio in ciò che faccio oggi. In breve, mi occupo di abbigliamento, e tutto parte da questa mia natura sartoriale. L’abbigliamento è, in fondo, un mezzo per arrivare a ciò che amo davvero: la tintura naturale.

I miei capi vengono realizzati sempre in bianco — non un bianco artificiale, ma quello della fibra naturale del tessuto — quindi parliamo di bianchi sporchi o di tonalità écru. Solo a capo finito arriva la fase della tintura naturale, che realizzo con piante che coltivo personalmente. C’è anche una stagionalità nei colori, che dipende da ciò che la terra mi offre in quel periodo dell’anno.

Quali sono i materiali che utilizzi maggiormente nelle tue creazioni?

La canapa è senz’altro la mia preferita: mi piace come fibra perché è fresca e resistentissima, sicuramente estiva. Nei periodi invernali la possiamo accostare alla seta o alla lana. Amo moltissimo anche l’ortica, e utilizzo spesso lino e cotone.
Ma la canapa la prediligo anche per la cultura che c’è dietro questa pianta: ha un ventaglio amplissimo di impieghi e ogni suo elemento è importante.

Quello che faccio nasce dalla sensibilità che mi è stata trasmessa, ma in realtà non è altro che il lavoro che si faceva tanto tempo fa, che io ho semplicemente ripreso — non mi sono certo inventata nulla.
Nella tintura naturale, poi, ognuno ha le proprie dinamiche: è un lavoro molto variabile, che cambia in base all’acqua che si utilizza e al luogo in cui viene coltivata la pianta tintoria. Ognuno deve fare propria questa attività, adattandola al contesto in cui vive.

Quindi il tuo vivere a Venezia nella laguna influenza quello che realizzi…

Assolutamente sì. Penso che morirò qui, perché è un’influenza a tutto tondo — non solo a livello tecnico, ma anche mentale. Credo che vivere a Venezia sia qualcosa di unico, anche a livello mondiale. Gli stimoli che si ricevono qui sono fondamentali per il lavoro che faccio, ma anche, più in generale, per la vita stessa.

Da dove hai ricavato le ricette per le tinture?

tinture

Io conobbi una persona che fa questo lavoro.  L’idea è che, qualsiasi persona che vuole fare la tintura naturale, può avere degli imput quali ho avuto da questa persona che però se tu non fai una ricerca tua personale, proprio perché l’habitat circostante è diverso,  arrivi veramente a gran poco.

L’ideale è quello di farsi stimolare da qualcuno, come ho fatto io personalmente, certamente scrivere quello che ti dice, ma poi quando te li porti a casa e sperimenti autonomamente ti rendi conto di quanto a livello di chimica naturale sei influenzato da dei fattori che questa persona da altre parti dell’Italia aveva differenti.

E’ come dire un piccolo bagaglio culturale su dove dopo devio partire, con la tua di cultura e lo fai un po’ da autodidatta, bisogna sperimentare tantissimo.

Nelle tue opere quanto c’è di tradizione e quanto c’è di innovazione?

Credo che, in generale, anche nel campo della moda le cose siano cicliche, come un cerchio. A un certo punto si finisce sempre per riprendere qualcosa che è già stato fatto.

Io non mi sento innovativa per la tipologia di lavoro che svolgo. Anzi, direi: vi prego, prendiamo questa “innovazione” tra virgolette, perché in realtà questi metodi sono antichi.

Non vedo innovazione nel mio lavoro, ma piuttosto una sensibilità nel recuperare e reinserirsi in un ciclo che, con la giusta consapevolezza, può far rinascere qualcosa che oggi si è un po’ perso.
Quindi no, non credo che il mio lavoro sia avanguardistico — è piuttosto un ritorno consapevole alle origini.

Abiti di Alessandra Micolucci

Esiste una sensibilità del consumatore finale per quello che fai o la moda sostenibile è ancora un fenomeno di nicchia?

È tuttora qualcosa di apprezzato solo da alcune persone. Non credo che ci sia questa sensibilità a livello di massa: è ancora un settore assolutamente di nicchia.

Io non faccio questo lavoro con la pretesa di essere competitiva — anzi, spero che mille altre persone possano farlo. Solo così si avrebbe una vera giustificazione a questo tipo di lavoro e il giusto risvolto per il futuro.

Io mi godo pienamente il presente con questa attività, ma lo faccio pensando a un futuro migliore. Sembra quasi uno slogan pubblicitario, ma in realtà la penso davvero così.

Parliamo nel concreto del tuo lavoro. Il prodotto finale  da quanto ho capito è qualcosa di unico? Sarebbe possibile produrlo a livello industriale?

Sì, esattamente: ogni capo è diverso dall’altro. Sono unici e, in un certo senso, ripetibili, ma con la consapevolezza che la ripetibilità varia sempre. Lavoro con qualcosa di materico, e questa materia — per quanto tu possa riproporre le stesse ricette — darà sempre un risultato leggermente diverso. La texture, anche se il tessuto e il colore sono uguali, non sarà mai identica.

Quello che produco non è fattibile a livello industriale: significherebbe realizzare migliaia di pezzi, e non solo non sarebbe sostenibile, ma andrebbe anche contro l’etica di questi prodotti. Non solo per una questione ecologica, ma anche per i tempi necessari: per creare un capo ci vuole davvero molto lavoro.

Io, forse, potrei realizzare un migliaio di pezzi in tutta la vita. L’industria non può fare questo tipo di cosa: sono due mondi totalmente diversi.È come per la concia vegetale nella pelle: ti dicono che abbia un impatto ambientale più basso, ma resta comunque un prodotto industriale, e quindi qualcosa che mantiene un impatto, seppur minimo.

Nel mio caso, invece, non c’è praticamente alcun impatto ambientale, se non il poco fuoco necessario per la bollitura — che, volendo, potrei ottenere anche dal camino, con la legna.

No, il mio lavoro non è industrializzabile.

Il costo del prodotto finale probabilmente sarà più alto di un abito prodotto dall’industria della moda. Cosa ti senti di dire, dal punto di vista del valore aggiunto che un tuo abito possiede?

Sicuramente il costo è più alto. Ma per poter valorizzare pienamente il prezzo dovrei creare un ramo capace di gestire questi prodotti come opere d’arte. In quel caso il prezzo sarebbe giusto e giustificato.

Per ora non ho ancora avuto l’opportunità di inserirmi nel mondo dell’arte, anche se spero di riuscirci presto. Al momento ho una certa nomea nell’ambito dell’artigianato consapevole, legata soprattutto a un tipo specifico di clientela ma non ancora tale da riflettere davvero il valore del lavoro che arriva a queste persone.

I miei prezzi sono in realtà bassi, se si considera il costo del tempo, della manodopera, della fatica e del tessuto utilizzato sin dall’inizio. Potrebbero tranquillamente avere uno zero in più sul prezzo finale, ma non è ancora una realtà raggiunta. Credo che mi manchi la parte di promozione e comunicazione che permetterebbe di sostenere un prezzo più alto: manca una vera struttura di pubbliche relazioni, una capacità di pubblicizzarsi bene, che richiede un investimento iniziale — cosa che, almeno all’inizio, non avevo.

Ho iniziato davvero coltivando le piante e cucendo da sola, completamente da autodidatta. Sono tuttora totalmente sola in questo percorso e non ho ancora la forza economica per fare quel salto di qualità che consentirebbe al mio lavoro di essere riconosciuto anche nel suo valore artistico.

Che messaggio vorresti dare alle persone giovani e non incuriosite dal tuo lavoro?

Il messaggio lo darei più attraverso l’insegnamento che con le parole.
Se una persona sperimentasse, anche solo per due giorni, il lavoro che faccio io, ne uscirebbe arricchita profondamente.

Mi piacerebbe non tanto dire, quanto proporre: “”.
Perché se qualcuno vi insegna queste cose, sicuramente vi arricchiranno: magari non diventeranno il lavoro della vita, ma lasciano una traccia e fanno trascorrere del tempo di grande valore.

I laboratori che organizzo — anche se in uno spazio piccolo e spesso frequentati da turisti — restano esperienze belle ma fini a sé stesse.
Se ci fosse l’opportunità di diventare docente su certe tematiche, potrei davvero intensificare questa sensibilità, magari in tre mesi di lavoro con persone che desiderano venire qui per studiare quest’arte.

Sono certa che, alla fine, almeno la metà di loro vorrebbe proseguire questo percorso, perché vi garantisco che è troppo bello.
Non perché lo faccia io, ma perché è qualcosa che affonda nelle nostre radici: non può non piacere.

A me piace tantissimo e sono profondamente grata alla vita per quello che sto facendo.

Concludiamo invitando i nostri lettori a venirti a trovare. Ci dici dove?

Assolutamente si. L’atelier è a Cannaregio in calle Priuli 3803, dalla Stazione Santa Lucia ci mette circa un quarto d’ora per arrivarci. Salvo perdersi, ma anche se succede sarà piacevole perché perdersi a Venezia è un’esperienza magnifica.

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