Intervista a Roberto Luigi Pagani, autore del blog ‘Un italiano in Islanda’ e docente all’Università d’Islanda
Ma l’Islanda non è solo questo. È anche la storia di un popolo antico e complesso, abituato più di altri ad adattarsi a una natura viva e in continua evoluzione.
Per capirne di più abbiamo contattato Roberto Luigi Pagani, italiano originario di Cremona che vive in Islanda dal 2014, autore del blog Un italiano in Islanda, docente di lingua, grammatica e paleografia islandese — lo studio dei manoscritti medievali — presso l’Università d’Islanda, oltre che scrittore.
Roberto Luigi Pagani ci ha raccontato la “sua Islanda”: una terra che non è soltanto natura spettacolare, ma anche cultura e storia di un popolo antico e fiero.
Durante l’intervista abbiamo affrontato diversi temi: dall’impatto del turismo di massa, che negli ultimi anni ha scoperto l’isola, al rapporto dell’Islanda con l’Europa e il resto del mondo, fino alla questione del cambiamento climatico, particolarmente visibile in queste terre.
Di seguito l’intervista in formato testuale, mentre sul nostro canale YouTube — a cui vi invitiamo a iscrivervi — è disponibile anche la versione audio-video.
Cerchiamo di inquadrare in un tutt’uno i fattori culturali e sociali che legano gli islandesi alla natura. Ci puoi raccontare questo rapporto?
Il rapporto degli islandesi con la natura è in realtà piuttosto ambivalente. Dal punto di vista istituzionale e dell’immagine che il Paese ama promuovere, c’è una grande attenzione verso le tematiche ambientali. L’Islanda viene spesso presentata come un modello di sostenibilità, legato all’uso di energie rinnovabili, come la geotermia e l’idroelettrico.
Nella vita quotidiana, però, la situazione è più complessa. L’islandese medio non è necessariamente particolarmente ecologista e, da questo punto di vista, può emergere anche una certa contraddizione. Gli islandesi parlano molto di cambiamento climatico, di lotta all’inquinamento e di energia pulita, ma poi nella vita di tutti i giorni l’uso dell’automobile è molto diffuso.
La città di Reykjavík, ad esempio, ha un problema costante di traffico, congestione e inquinamento da polveri sottili. Questo fenomeno diventa particolarmente evidente quando si verificano lunghi periodi senza pioggia o neve, come è accaduto quest’anno durante l’inverno. Abbiamo avuto una stagione insolitamente secca, qualcosa che personalmente non avevo mai visto in Islanda neppure in estate.
Questa situazione ha favorito l’accumulo di polveri sottili anche per un’altra ragione: molti veicoli utilizzano pneumatici chiodati per affrontare eventuali condizioni di ghiaccio e neve in inverno. Tuttavia, questi pneumatici tendono a triturare l’asfalto, generando ulteriore polvere nell’aria.
Anche sul fronte della raccolta differenziata l’Islanda, per molto tempo, è stata indietro rispetto ad altri Paesi europei. Quando sono arrivato qui dodici anni fa, ad esempio, nei supermercati non esistevano ancora borse di plastica riciclata e la raccolta differenziata non era diffusa come oggi.
La situazione ha iniziato a cambiare soprattutto nell’ultimo decennio: la differenziazione dei rifiuti è stata introdotta progressivamente e la raccolta dell’organico a Reykjavík è stata avviata solo circa quattro anni fa.
Da un lato, quindi, l’Islanda è molto brava a promuovere l’immagine di un Paese fondato su energia pulita, geotermia e idroelettrico. Dall’altro lato, se si osservano i comportamenti concreti della vita quotidiana, emergono diverse contraddizioni.
Gli islandesi sono perfettamente consapevoli del prestigio internazionale che deriva dall’immagine di Paese ecologico e sostenibile, e per questo insistono molto su questa narrativa. Tuttavia, se si guarda alla realtà dei comportamenti individuali, non sempre questa immagine corrisponde pienamente alla pratica quotidiana.
L’isola da qualche anno è entrata nei circuiti internazionali del turismo. Che cambiamenti ci sono stati in tal senso?
Ci sono stati cambiamenti enormi. L’Islanda di oggi non è la stessa di dodici anni fa e neppure quella di venti o trent’anni fa. Le trasformazioni sono state rapidissime.
Reykjavík, in particolare, si è espansa a un livello incredibile e la popolazione straniera ha ormai quasi raggiunto il 20% del totale. Questo crea anche alcune difficoltà dal punto di vista linguistico, perché mancano ancora infrastrutture e servizi adeguati per insegnare la lingua islandese, che non è semplice, a chi arriva dall’estero.
Allo stesso tempo sono aumentati moltissimo ristoranti e alberghi. Reykjavík è diventata quindi molto più dinamica dal punto di vista dell’offerta: oggi ci sono più eventi, attività culturali e opportunità di intrattenimento. In questo senso ci sono stati anche aspetti positivi.
Un altro fenomeno molto evidente è stato il boom delle spa e delle terme di lusso. Una volta esistevano soprattutto pozze naturali di acqua calda, spesso fangose e con acqua non sempre pulita, dove le persone facevano il bagno e uscivano magari coperte di alghe. Oggi invece si trovano spa di alto livello un po’ ovunque nel Paese, molto frequentate sia dai turisti sia dagli stessi islandesi.
Anche le infrastrutture stradali sono cambiate molto. Quando sono arrivato in Islanda, alcune strade principali non erano ancora asfaltate. Oggi la strada che circonda l’isola, la Ring Road (Route 1 / Hringvegur), è completamente asfaltata, e il numero di altre strade asfaltate continua ad aumentare.
Sono stati costruiti anche più parcheggi, ma allo stesso tempo sono aumentate recinzioni, delimitazioni e sistemi di pagamento per l’accesso ad alcune aree. Per molti islandesi questo rappresenta un piccolo trauma culturale, perché erano abituati a parcheggiare liberamente e gratuitamente per accedere alla natura.
Oggi, però, con l’aumento dei visitatori è stato necessario gestire i flussi turistici costruendo parcheggi e servizi. Se i turisti arrivano in un luogo e non trovano cestini o bagni pubblici, spesso finiscono per lasciare rifiuti o utilizzare la natura come toilette improvvisata. Per questo motivo è stata realizzata una diffusa rete di infrastrutture in molte aree naturali dell’isola.
Ci sono, immagino, delle differenze tra un islandese di Reykjavík e uno che vive in zone più remote?
Esiste anche in Islanda una certa differenza tra città e campagna. Come accade in molti altri Paesi del mondo, le aree rurali tendono a essere più conservatrici rispetto ai centri urbani.
Anche il carattere delle persone può risultare leggermente diverso. Chi vive lontano dalla città tende a essere più taciturno, ma in generale gli islandesi che abitano nelle zone rurali sono comunque amichevoli e festaioli.
Il rapporto con il turismo e con i cambiamenti che questo ha portato dipende molto dalle opinioni individuali e dal carattere delle persone. Ci sono islandesi che vivono nelle aree rurali e che vedono il turismo in modo positivo, perché in molti casi ha portato benessere economico e nuove opportunità di lavoro.
Altri, invece, hanno percepito questi cambiamenti come uno sconvolgimento dei ritmi di vita tradizionali e guardano al turismo con maggiore diffidenza.
In ogni caso è importante non generalizzare: le reazioni variano molto da persona a persona e vanno comprese considerando le singole esperienze individuali.
Gli islandesi si sentono europei? Percepiscono un’appartenenza non solo geografica ma anche culturale al vecchio continente oppure si considerano un popolo a sé?
Ci sono poi persone che hanno studiato o trascorso periodi di vita in altri Paesi dell’Unione Europea, oppure che viaggiano spesso in Europa — per esempio in Spagna — e che quindi sviluppano un maggiore senso di appartenenza al contesto europeo.
In questo senso non è molto diverso da ciò che accade in Italia: ci sono italiani che si sentono particolarmente vicini ai francesi perché la loro storia personale li ha portati a vivere o lavorare in Francia, mentre altri nutrono sentimenti molto diversi.
Anche tra gli islandesi esiste quindi una grande varietà di percezioni individuali.
A livello istituzionale e politico, però, si cerca spesso di inserire l’Islanda all’interno di una più ampia costruzione nordica. Per questo motivo si sente frequentemente parlare di “fratelli norvegesi” o “fratelli scandinavi”. Tuttavia, se si chiede direttamente a un islandese cosa pensa di queste definizioni, la risposta non sempre coincide con questa narrativa ufficiale.
Molti islandesi, ad esempio, descrivono i norvegesi come persone piuttosto diverse da loro. Spesso li percepiscono come più chiusi, freddi e distanti, mentre gli islandesi tendono a essere più socievoli e chiacchieroni. In Islanda è abbastanza comune parlare con chiunque, anche con persone sconosciute.
Dal punto di vista culturale esistono quindi differenze anche nello stile comunicativo: gli islandesi tendono a parlare in modo spontaneo, talvolta sovrapponendosi nelle conversazioni, mentre i norvegesi sono spesso più timidi e riservati, prendono pause più lunghe nel dialogo e possono essere più cauti nell’approccio con gli estranei.
Per questo motivo molti islandesi si percepiscono, in una certa misura, come un popolo con caratteristiche proprie, anche se inserito nel contesto più ampio dell’Europa e del Nord Atlantico.
Cambiamo argomento. Prima ci hai accennato all’inverno 2025 come particolarmente mite e senza pioggia. Si percepisce anche in Islanda il cambiamento climatico? In che termini?
In generale direi assolutamente sì. Tuttavia ogni inverno in Islanda è estremamente diverso dall’altro e non esiste una vera costante. Proprio per questo motivo molte persone mi chiedono: «Ho prenotato un viaggio per febbraio o per giugno: che tempo troverò?».
La mia risposta è sempre la stessa: non lo so, e in realtà non lo possono dire nemmeno le medie climatiche di lungo periodo. Le medie sono appunto delle medie, ma quando si arriva in un determinato momento dell’anno si possono incontrare situazioni molto estreme.
Per fare un esempio concreto: nel dicembre del 2022 a Reykjavík si registrarono temperature di –13° o –16° a metà mese. Invece nell’inverno appena passato, nel dicembre 2025, si sono registrate temperature completamente diverse: +10° nella capitale e addirittura +19° in alcune zone dell’est del Paese attorno al periodo di Natale.
In quel caso il fenomeno è stato favorito dalla presenza di venti di föhn, che scendendo dalle montagne scaldano l’aria nelle valli e possono provocare improvvisi aumenti di temperatura.
A Reykjavík, inoltre, abbiamo avuto per tutto dicembre, gennaio e quasi tutto febbraio un clima molto particolare: sole costante e quasi nessuna neve. La neve è arrivata solo pochi giorni fa.
Allo stesso tempo si è verificato un evento insolito: tra fine ottobre e inizio novembre 2025 c’è stata una nevicata eccezionale, qualcosa che normalmente non accade in quel periodo dell’anno. Subito dopo, però, novembre e dicembre hanno registrato temperature sopra lo zero, mentre gennaio e febbraio sono stati molto più freddi del normale, ma con sole e quasi senza vento, cosa piuttosto rara.
In Islanda, infatti, l’inverno è spesso caratterizzato da giornate nuvolose e molto ventose. Quest’anno invece abbiamo avuto per lunghi periodi sole, pochissimo vento e temperature rigidissime, una combinazione piuttosto insolita.
Adesso le temperature si sono di nuovo rialzate. Insomma, il clima qui è in continuo cambiamento, e negli ultimi anni questa variabilità sembra essere diventata ancora più evidente.
Esiste anche in Islanda il fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai?
Sì, ed è molto evidente. Probabilmente è il fenomeno più visibile legato al cambiamento climatico in Islanda. Le fotografie satellitari parlano chiaro: dagli anni Ottanta a oggi alcuni ghiacciai si sono ritirati anche di diversi chilometri.
Il ghiacciaio più famoso è il Vatnajökull, che alimenta la celebre laguna glaciale di Jökulsárlón — letteralmente “laguna del fiume del ghiacciaio”. La lingua di ghiaccio che si stacca da questa enorme calotta glaciale arretra di circa 300 metri all’anno.
Bisogna considerare che si tratta di una calotta glaciale immensa, grande quasi quanto la regione italiana dell’Umbria. Se si osserva la ritrazione su Google Maps, la lingua glaciale che si ritira può sembrare relativamente piccola. Tuttavia, dal punto di vista umano si tratta di una massa di ghiaccio lunga circa 20 chilometri, quindi parliamo di quantità enormi di ghiaccio che si stanno sciogliendo.
Questo fenomeno è dovuto in parte al riscaldamento climatico, ma anche a un altro fattore: l’acqua di mare salata è penetrata all’interno della laguna, perché la lingua glaciale, quando ha raggiunto la sua massima estensione, si è avvicinata molto al mare. L’acqua salata accelera quindi il processo di scioglimento, contribuendo a questa perdita di circa 300 metri all’anno.
Negli altri ghiacciai islandesi che non raggiungono il mare, invece, si formano laghi glaciali alla base delle lingue di ghiaccio. In questi casi il processo di scioglimento è generalmente più lento, ma comunque costante: tutti i ghiacciai stanno arretrando.
Oggi, ad esempio, non esistono più lingue glaciali che raggiungono le morene, cioè quei monticelli di detriti — terra, sabbia e sassi — che il ghiacciaio spinge in avanti quando avanza.
Per capire il meccanismo si può fare un paragone semplice: è come infilare una mano nella sabbia e spingerla in avanti. Davanti alle dita si formano piccoli cumuli di sabbia. Allo stesso modo il ghiacciaio, avanzando, accumula detriti davanti a sé. Quando però il ghiacciaio smette di avanzare e comincia a ritirarsi, nel solco che ha scavato si forma un lago glaciale.
Ed è proprio ciò che sta accadendo oggi in Islanda: questi laghi stanno diventando sempre più grandi, man mano che i ghiacciai continuano a ritirarsi.


