Intervista all’ esperta in nanopatologie e Vice Presidente della Nanodiagnostic Foundation.
Si parla sempre più spesso di microplastiche e nanoplastiche, soprattutto di quelle disperse nei mari, e dei relativi pericoli per la salute umana e per gli stessi esseri viventi che popolano le acque. Sono proprio questi organismi a subire in prima persona tali rischi e, di riflesso, a finire sulle nostre tavole sotto forma di cibo.
Per capire meglio di cosa si tratta e quanto siano concreti e diffusi questi pericoli, abbiamo avuto l’onore di intervistare la professoressa Antonietta Gatti, tra i maggiori esperti mondiali di nanopatologia e nanotossicologia. È stata responsabile per 30 anni del Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nonché docente di biomateriali presso la Facoltà di Biotecnologie della medesima Università.
Attualmente è Vice Presidente della Nanodiagnostic Foundation ETS, istituto che studia e finanzia le ricerche sulle nanopatologie.
Di seguito trovate l’intervista in formato testuale; per la versione audio e video vi invitiamo a visitare il nostro canale YouTube e a iscrivervi.
Quando parliamo di microplastiche, di cosa stiamo realmente parlando? Perché al giorno d’oggi sono considerate un problema di salute pubblica?
Faccio riferimento al fatto che di salute pubblica parlo già dal 2000, quindi da 25 anni, e ogni periodo è caratterizzato da un problema particolare. Oggi si parla di microplastiche: “vanno di moda le microplastiche”.
Tutto è iniziato circa dieci anni fa, quando, in mezzo all’Oceano Pacifico, davanti alle coste di San Francisco, è stata scoperta un’isola galleggiante di non so quanti chilometri quadrati. In realtà non si tratta di un’isola, ma di un insieme di detriti di plastica addensati in una determinata zona grazie alle correnti marine.
Queste correnti hanno convogliato detriti provenienti dai fiumi: si tratta di scarti umani gettati nei corsi d’acqua, che hanno trasportato questo materiale di rifiuto verso il mare. Il punto è che “questa plastica non si degrada”: rimane nell’ambiente e, con i moti ondosi, può frantumarsi.
Questo processo può avvenire a vari livelli: detrito grosso, micro, fino al nano. Nano significa 10⁻⁹ metri, mentre micro indica 10⁻⁶ metri: è solo un ordine di grandezza per comprendere le dimensioni.
Ci siamo accorti all’improvviso che tutti i rifiuti che gettiamo via, in discarica o nei fiumi, “non spariscono: si frantumano in pezzettini sempre più piccoli”. Quando le correnti marine li convogliano in determinati punti, possono formare vere e proprie isole galleggianti.
Si potrebbe pensare che sia un problema lontano, “roba da americani”. In realtà non è così: basta andare nell’Adriatico. Lo dico perché ho misurato personalmente e ho scoperto che anche vicino ad Ancona esiste una zona con detriti galleggianti.
La plastica è molto leggera e viene in superficie. I metalli, invece, sono densi e pesanti e vanno sul fondo del mare, anche se naturalmente inquinano anch’essi. Le plastiche, galleggiando, sono più visibili proprio per la loro scarsa densità.
Il problema è questo: “i rifiuti si trasformano, ma non vengono eliminati o cancellati”. Rappresentano quindi un inquinamento marino che può creare problemi.
Quali problemi possono provocare al corpo umano le microplastiche ingerite accidentalmente?
Veniamo a un dettaglio molto importante: l’esposizione del corpo umano, ma direi anche animale, a queste microplastiche. C’è un impatto? Possono causare problemi?
La risposta è sì, “danno molti problemi”. È un argomento che è arrivato sulle pagine di molti giornali perché, fino a poco tempo fa, non si era pienamente compresa la portata del fenomeno, forse perché “non si tocca con mano”.
Anche in Italia, con un mare chiuso come il Mediterraneo, le plastiche rimangono lì. Non se ne vanno attraverso lo Stretto di Gibilterra, né attraverso Suez o verso il Mar Nero; e può accadere anche il contrario, cioè che le plastiche provenienti da altri bacini confluiscano nel Mediterraneo.
Si tratta quindi di un problema che devono gestire i Paesi che si affacciano su questo mare, perché “è roba che poi ci mangiamo”.
E qui arriviamo alla seconda parte della questione: qual è l’impatto sul corpo umano?
Se nel mare sono presenti detriti non biodegradabili, questi vengono scambiati per cibo dai pesci, che li ingeriscono. Non stiamo parlando delle reti da pesca abbandonate, che possono provocare altri tipi di danni, ma delle particelle piccolissime, le cosiddette microplastiche, che possono essere ingerite sia dal pesce piccolo sia da quello grande.
Ci si chiede: se io mangio il pesce, ingerisco anche le microplastiche? La risposta è: “può essere di sì”.
Se le microplastiche rimangono nello stomaco del pesce, risultando indigeste, è possibile che vengano ingerite anche da noi. Se il pesce viene eviscerato e pulito, forse questi detriti non arrivano alle carni, ma “non sappiamo con certezza quale sia la loro destinazione finale”.
Un ulteriore problema è che non sempre sono visibili a occhio nudo. Questo solleva una questione importante: come possiamo accorgerci della loro presenza?
In alcuni casi, con il microscopio ottico, analizzando le interiora, è possibile individuare questi frammenti. Non è detto che siano incolori o bianchi, quindi difficili da vedere: possono essere rossi o celesti.
Lo affermo perché, non più tardi di un mese fa, su una spiaggia oceanica, ho raccolto personalmente microplastiche visibili anche a occhio nudo.
Quali plastiche sono presenti nei mari? E quali soluzioni possono evitare che finiscano in mare?
Già due anni fa ho scritto un articolo scientifico parlando di queste microplastiche, che possono essere di varia natura. Tra queste troviamo il polietilene, ad esempio quello utilizzato per le bottiglie di plastica, oppure la plastica di alcune cannucce e di certe bottiglie di bibite che, se disperse nell’ambiente, possono andare a formare rifiuti marini.
Spesso non ci pensiamo, ma nella vita di tutti i giorni utilizziamo moltissimi oggetti di plastica che, se correttamente differenziati, vengono portati ai centri di smistamento. A seconda della loro composizione, possono seguire percorsi diversi: alcune plastiche possono essere triturate e trasformate in nuovi compositi, altre possono essere fuse per realizzare nuovi oggetti.
Quindi, a seconda della loro morfologia, le plastiche possono essere riciclate.
Il problema riguarda quelle che non vengono riciclate e che finiscono nei corsi d’acqua o direttamente in mare. Queste rimangono nell’ambiente. Proprio recentemente, una spiaggia in Australia è stata invasa da pallini bianchi di polistirolo, probabilmente persi da una nave. Spesso risalire ai responsabili non è semplice, ma resta il fatto che le plastiche disperse in questo modo possono essere ingerite dai pesci e inquinare il fondale marino, anche se molte di esse tendono a galleggiare.
Un esperimento che ho condotto lungo le coste anconetane è consistito nel raccogliere alcuni frammenti di plastica per verificarne l’eventuale degradazione. I risultati hanno mostrato che non si erano degradati: si erano trasformati, ma non degradati. Questo è il punto fondamentale.
Mentre una vite d’acciaio può corrodersi, rilasciando ioni di ferro, cromo e nichel — elementi che già non sono benefici per la salute — la plastica non si degrada: si frantuma.
Chi conosce i materiali sa che per produrre le plastiche si parte da un monomero, cioè una piccola unità composta da atomi di carbonio, ossigeno, idrogeno e talvolta azoto o cloro. A questa unità se ne aggiungono molte altre identiche. Il polimero è quindi un insieme di questi monomeri.
Al massimo può rompersi il legame tra un monomero e l’altro, ma non avviene una vera e propria degradazione della sostanza.
Che tipo di soluzioni esistono per evitare che le plastiche finiscano in mare?
Ci ritroviamo in una situazione in cui non vediamo una reale risoluzione del problema, ma osserviamo un altro fenomeno: la riabitazione.
Forse ricorderete una famosa fotografia che anni fa finì sulle copertine di diversi giornali: un cavalluccio marino che con la coda stringeva un cotton fioc. Fa prima a morire l’animale che a degradarsi il cotton fioc. Questo è il punto.
Al massimo si rompono alcuni legami chimici, quindi dalla plastica alla microplastica otteniamo un detrito sempre più piccolo, ma sempre plastica rimane.
La ricerca che ho condotto nel mare Adriatico è stata orientata alla valutazione di questi detriti. La cosa sorprendente che ho osservato è la riabitazione della plastica da parte delle diatomee. In mare esistono alghe unicellulari che vivono sia in acqua salata sia in acqua dolce, e queste si erano attaccate alla plastica così come si attaccano agli scogli.
A questo punto la plastica viene circondata da materiale biologico, ma non sappiamo se quel “biologico” sia ancora realmente vitale. Viviamo in una situazione di grande incertezza: molti studiosi, me compresa, stanno approfondendo il tema delle microplastiche, ma non abbiamo ancora una soluzione per farle sparire.
Una possibilità è l’incenerimento: in questo modo la plastica non arriva in mare, ma viene bruciata. Essendo un derivato del petrolio, produce calore e può essere sfruttata energeticamente. Tuttavia, durante l’incenerimento vengono emessi anche fumi tossici, come le diossine. Anche questa non è una soluzione benefica per la salute umana.
L’unica vera alternativa sarebbe il riciclo.
Ma cosa succede alla plastica che è già finita in mare e che forma le cosiddette “isole di plastica”? Queste accumulazioni modificano persino la densità dell’acqua e possono alterare il moto ondoso.
Esiste una start-up Ogyre che ha ideato un sistema per raccoglierle: due navi distendono tra loro una grande rete, si avvicinano all’isola galleggiante e avanzano intercettando parte delle plastiche, che vengono poi compattate su una piattaforma.
Tuttavia, il riciclo in questi casi è complesso. Si tratta di un miscuglio di polimeri diversi — polietilene, polisulfone, poliuretano — ognuno con trattamenti e composizioni chimiche differenti. Quando le plastiche sono mescolate, l’unica soluzione praticabile è la triturazione per ottenere un granulato da utilizzare in materiali di seconda generazione, ad esempio per panchine o sedie da esterno.
Si tratta però di prodotti a basso impiego strutturale, perché sulla resistenza meccanica di questi compositi non abbiamo certezze.
Ad oggi, l’unico espediente adottato dall’uomo è raccogliere la plastica dal mare. Ma quante navi servirebbero per farlo su scala globale?
Esistono batteri “mangia plastica”?
No, esistono alcuni batteri che riescono effettivamente a digerire in parte alcune plastiche, ma solo quelle più semplici, non tutte.
Questa notizia la lessi già nel 1980 e, ancora oggi, si continua a parlare di questi batteri, ma senza risultati realmente significativi.
Esiste invece la plastica biodegradabile, come quella utilizzata per alcune borsine. Una persona di una certa età potrebbe ricordare che questo tipo di plastica, realizzata con il mais, era già stata studiata ai tempi della Montedison da Raul Gardini.
Già allora fu sviluppato un materiale a base di amido di mais chiamato Mater-Bi. Anche in quel caso, però, il mais veniva polimerizzato, seppure in modo molto debole. Infatti, basta che queste borsine si bagnino o che invecchino per un anno perché inizino a strapparsi.
Anche in questo caso si formano polveri e piccoli frammenti.
Non bisogna pensare che una molecola composta da carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto — combinati in un certo rapporto — si degradi completamente. La differenza rispetto alle plastiche tradizionali è che queste ultime non si degradano affatto: ed è proprio questa caratteristica che ne ha determinato il successo come materiale.
Tornando ai possibili effetti sull’uomo e sugli altri animali: che tipo di problemi possono insorgere?
Io sono un’esperta di nanopatologie e ho iniziato a occuparmene con un progetto dell’Unione Europea nel 2002, quindi parliamo di circa 25 anni fa.
All’inizio non lavoravamo sulle plastiche, ma sui metalli e sui materiali ceramici, perché anche questi possono essere molto dannosi per la salute umana. Quando si trovano all’interno del corpo, alcuni metalli possono corrodersi — proprio come il cancello di casa nostra — e rilasciare ioni, per esempio di cromo e nichel, che sono noti per essere tossici per l’organismo. Anche i metalli, dunque, possono essere molto lesivi.
In oltre 25 anni di lavoro sulle nanopatologie, ho osservato all’interno del corpo umano — soprattutto in soggetti con problemi oncologici — la presenza di nanoparticelle di metallo. Ci sono anche particelle di ceramica, ad esempio provenienti dalla porcellana dei denti artificiali o dal rivestimento di alcune padelle. Tuttavia, essendo chimicamente più inerti, risultano generalmente meno lesive.
Anche la plastica è un materiale più o meno inerte, ma rimane comunque un corpo estraneo, e il corpo umano prima o poi se ne accorge.
In un libro pubblicato più di dieci anni fa è presente una fotografia molto significativa: si vede un frammento di intestino di una persona operata per problemi di salute, all’interno del quale ho trovato un ricciolo di teflon, finito lì chissà quanto tempo prima.
Chi cucina con padelle in teflon — che è una plastica — può graffiarle con la forchetta; in questo modo si staccano piccoli frammenti che possono essere ingeriti insieme al cibo. Quel ricciolo era stato ingerito ed è stato ritrovato in un tessuto intestinale patologico. E quel materiale non si degrada.
Può provocare infiammazione, granulomatosi e altre reazioni. Finché si tratta di particelle microscopiche, la risposta dell’organismo è di tipo granulomatoso. Se invece parliamo di nanoparticelle — e oggi ne esistono moltissime — l’impatto è diverso: possono entrare all’interno della cellula, nel citoplasma, e interagire con il DNA. Se questa interazione avviene in modo dannoso, può portare alla trasformazione tumorale.
Allo stato delle sue conoscenze, consiglierebbe di mangiare un pesce al forno pescato in mare o allevato?
Nonostante tutto, consiglio il pesce pescato in mare.
Come dicevo, queste microplastiche di solito rimangono nelle interiora, magari dando qualche problema al pesce. Io, personalmente, non le ho ancora trovate nei tessuti: nei tessuti ho trovato nanoparticelle metalliche, ma non plastiche.
Nel caso del pesce di allevamento siamo invece di fronte a un altro tipo di inquinamento. I pesci vengono allevati in vasche o in tratti di mare delimitati; talvolta si tratta di acque correnti, altre volte meno. Poiché la densità è elevata e si vuole evitare che si ammalino, vengono somministrate grandi quantità di antibiotici.
Ricordo ancora una signora che un sabato sera mi chiamò dicendo: «Dottoressa, lei non sa cosa mi è successo. Sono andata al supermercato, ho comprato del pesce, lo stavo tagliando per metterlo in forno e all’improvviso è andata via la luce. Mi sono girata e ho visto il pesce fluorescente, emanava luce».
Questo — mi disse — era il segno che al pesce era stato somministrato un certo tipo di antibiotico che aveva trattenuto nei tessuti.
In questo caso parliamo di un inquinamento di tipo chimico, non nanoparticellato: non si tratta di corpi fisici solidi, ma di un inquinamento biochimico. Sono dunque due rischi completamente diversi.
Tirando le somme dell’intervista, cosa si sente di dire al cittadino preoccupato per le microplastiche?
Innanzitutto, di non abbandonare la plastica nell’ambiente, né in montagna né al mare. Le stoviglie e gli oggetti di plastica vanno conferiti correttamente affinché possano essere riciclati: questa è la soluzione migliore.
Di recente mi sono state portate stoviglie non di carta, ma di crusca — la buccia del seme di grano. Qualcuno ha ideato stoviglie non solo biodegradabili, ma addirittura mangiabili.
Anche utilizzare stoviglie di ceramica, lavarle e riutilizzarle è un comportamento sano e sostenibile.
La plastica è molto comoda, ma se abbandonata può avere effetti devastanti sull’ambiente.
Questi piccoli corpi estranei possono causare malformazioni nei pesci? Quando mi trovavo in California, mi raccontavano di aver osservato pesci malformati e si chiedevano se la causa fossero le plastiche. Se avessi potuto analizzarli, avrei potuto stabilire se si trattava di plastiche o di metalli.
Spesso, infatti, le plastiche possono essere associate ad altri materiali: si tratta talvolta di un insieme, di un misto tra plastica e metalli.
In ogni caso c’è sempre di mezzo lo zampino dell’uomo…
C’è di mezzo l’uomo che pensa solo a stasera e non fino a dopodomani, tutto qua.
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