Intervista ad Alessandra Vettorazzo e Ilario Baggio: da Bassano del Grappa a vivere nel mezzo dell’Atlantico
Dopo l’Islanda e le Isole Lofoten, continua l’esplorazione di Naturalmania tra isole lontane o quantomeno remote, dove la scelta di trasferirsi rappresenta un vero e proprio cambiamento di vita, spesso carico di significato.
Questa volta abbiamo scelto una destinazione calda, al largo della costa occidentale dell’Africa: la prima e più longeva colonia portoghese, ponte tra due continenti — o forse tre — crocevia di culture africane ed europee e terra di grande musica. Stiamo parlando di Capo Verde.
Dieci isole nel mezzo dell’Oceano Atlantico, indipendente dal Portogallo dal 1975: terre aride ma ricche di fascino, una delle poche democrazie stabili del continente africano e, al tempo stesso, luogo di forte emigrazione. Sono infatti più i capoverdiani che vivono all’estero rispetto a quelli rimasti in patria.
Eppure c’è chi, proprio in queste terre remote, ha trovato una nuova ragione di vita. È il caso di Alessandra Vettorazzo e Ilario Baggio, ex parrucchiere di Bassano del Grappa, che insieme alla moglie ha deciso di trasferirsi in una delle isole meno conosciute e raggiungibili dell’arcipelago: la Ilha do Maio (Isola di Maggio). E non hanno alcuna intenzione di tornare indietro.
Le ragioni di questa scelta siamo andati a farcele raccontare, purtroppo non di persona ma grazie all’aiuto della tecnologia.
Di seguito potrete leggere l’intervista integrale e ascoltarla in formato audio-video sul nostro canale YouTube, al quale vi invitiamo a iscrivervi!
Iniziamo con la domanda più scontata: cosa vi ha spinto a lasciare l’Italia per Capo Verde e perché avete scelto proprio l’isola di Maio?

«Tutto è iniziato nel 2009. Un amico mi disse: “Perché non andiamo a Capo Verde?”. All’epoca dovetti persino guardare sulla carta geografica perché non sapevo dove si trovasse.
Alla fine arrivammo nelle isole di Sal e Boavista, che sono molto più turistiche. Mi piacquero subito. Tornai poi dopo sei mesi, per altri dieci giorni, e in quell’occasione andammo per la prima volta sull’isola di Maio.
Lì trovammo un ambiente completamente diverso: un luogo molto più autentico, che per certi aspetti ricordava l’Italia di quarant’anni fa. Persone semplici, molto legate alla famiglia e ai rapporti umani. Mi piacque talmente tanto che da allora iniziai a tornare sempre più spesso a Capo Verde, portando anche aiuti alla popolazione locale.
Aiuti in che senso? Scarpe, vestiti e tante altre cose che lì erano difficili da trovare.
All’inizio è nato tutto quasi come una forma di volontariato. Prima da turista, poi, con il passare del tempo, ho sentito sempre di più il desiderio di tornare in questo luogo così diverso rispetto alla vita che conducevamo in Italia.
Infine, una volta andato in pensione, ci siamo trasferiti definitivamente.»
Alessandra: come dico sempre io nel nulla abbiamo trovato tutto.
Come è cambiata la vostra qualità della vita rispetto all’Italia?
Quali sono i piatti tipici di Capo Verde e dell’isola di Maio?

«Sicuramente il piatto più famoso è la cachupa, una zuppa tradizionale che può essere preparata con carne, pesce oppure in versione vegetariana.
Un altro piatto tipico è il búzio, una sorta di lumaca di mare. Tante persone si immergono senza maschera né attrezzature particolari per raccogliere queste conchiglie. Poi vengono aperte per estrarre la lumaca (caracolas do mar) ed è davvero un piatto molto buono.
Abbiamo poi il formaggio locale di capra, una produzione praticamente a chilometro zero. Spesso troviamo chi lo vende semplicemente uscendo di casa. È davvero tutta un’altra vita.»
Ci raccontate una vostra giornata “tipo” sull’isola di Maio?
Ilario:
«Qui si fanno un miliardo di cose e, allo stesso tempo, sembra di non fare niente.
Per esempio, possiamo dedicare la giornata a sistemare alcune attività del Centro ICCA (Instituto Caboverdiano da Criança e do Adolescente), dove seguiamo 64 bambini che vivono situazioni molto difficili: violenze, abusi sessuali, maltrattamenti o abbandono. Purtroppo sono problematiche comuni in molti Paesi poveri.
L’ICCA è un ente nazionale presente in tutto Capo Verde per la tutela dei minori.
Poi suono la chitarra, oppure ci occupiamo di alcuni appartamenti sistemati per amici italiani. Insomma, da ex parrucchiere mi sono reinventato a fare di tutto e mi diverto tantissimo, perché non avrei mai pensato di essere capace di fare certe cose.
Alessandra, invece, è un vulcano: ogni giorno inventa qualcosa di nuovo. Quando sento qualcuno dire: “Ma vivendo lì non rischiate di annoiarvi?”, io rispondo che mi piacerebbe poter sperimentare almeno una volta cosa significhi annoiarsi.
Ogni giorno abbiamo sempre qualcosa da fare. Non è un obbligo, ma per mentalità ci piace portare avanti ciò che iniziamo. Ci sono sere in cui andiamo a dormire alle otto e mezza distrutti dalla stanchezza.
La differenza, però, è enorme: non è la stessa stanchezza che avevamo in Italia, quando ci sentivamo mentalmente esausti. Qui siamo stanchi perché abbiamo fatto qualcosa che ci ha reso felici.»

«All’inizio abbiamo cominciato portando aiuti direttamente nelle valigie. A volte dicevo a Ilario: “Prima o poi ci arresteranno”, perché trasportavamo medicine, bisturi e tanti altri materiali.
Fortunatamente è sempre andata bene e non ci hanno mai controllato.
Nel 2016 abbiamo provato a spedire un’intera cassa contenente un ecografo destinato all’ospedale locale, perché qui esiste soltanto un primo soccorso molto basilare. Insieme all’ecografo avevamo inviato anche carrozzine per disabili.
Dopo nove mesi la spedizione arrivò prima a Sal e poi a Praia, la capitale. A quel punto ci chiesero 2800 euro per poter ritirare il materiale, una cifra enorme per noi. Alla fine riuscirono a recuperare l’ecografo e le carrozzine, mentre i vestiti ci furono consegnati soltanto dopo due anni. È stata davvero una disperazione.
Per questo, all’inizio, abbiamo continuato a fare volontariato portando gli aiuti direttamente nelle valigie.
Quando però ci siamo trasferiti definitivamente, abbiamo deciso di impegnarci concretamente nella realizzazione di opere utili per la comunità.
L’anno scorso siamo riusciti a completare una scuola in un piccolo villaggio chiamato Alcatraz, che da dieci anni era completamente distrutta. Avevamo provato a rivolgerci a tutti gli enti possibili — uffici scolastici, amministrazione comunale, istituzioni locali — ma ci rispondevano sempre che non c’erano fondi.
Come segno di riconoscenza ci hanno chiesto di diventare padrini e madrine della scuola. Per noi è stato un regalo immenso.
C’è poi un’altra storia a cui tengo molto. Attraverso il Centro ICCA, due anni fa, insieme a una coppia di italiani che nel frattempo si è trasferita qui, abbiamo portato avanti una battaglia importante: durante i processi per abuso sessuale, infatti, i bambini spesso non riuscivano a parlare in aula.
Siamo riusciti a convincere il giudice a realizzare due stanze comunicanti separate da uno specchio-vetro. In questo modo la bambina poteva parlare soltanto con la psicologa, sentendosi al sicuro e credendo di essere sola.
Nel febbraio 2024, grazie a questo sistema, è arrivata la prima condanna per abuso sessuale.
Anche questa, per noi, è stata una soddisfazione enorme.»
A vostro avviso, l’abuso sui minori è un problema molto diffuso?
Alessandra:
«Purtroppo sì, anche perché esiste ancora molta omertà.
Qui, inoltre, il concetto di famiglia è molto diverso dal nostro. Può capitare che una madre abbia quattro o cinque figli avuti da padri diversi e che poi il nuovo compagno — il padrasto, come viene chiamato qui — arrivi in casa e, magari sotto l’effetto dell’alcol, abusi anche della ragazza più giovane.
Sono situazioni molto delicate e difficili da affrontare, anche perché spesso prevale ancora il silenzio. Però, lentamente, qualcosa sta cambiando. Oggi queste pratiche vengono finalmente riconosciute come reati e condannate, anche se le pene sono ancora troppo lievi: si parla di circa sette anni di carcere.
Credo che anche in Italia, molti anni fa, soprattutto nei piccoli paesi, esistessero situazioni simili, dominate dall’omertà.»
Il turismo arriva anche a Maio? C’è il rischio che il turismo di massa possa mettere in crisi il tessuto sociale dell’isola e cancellarne l’autenticità?

«Questo è un argomento molto interessante.
Come accade spesso nelle isole più belle, con scenari quasi paradisiaci e un mare incredibile, anche Maio sembra voler preservare la propria autenticità, evitando di essere invasa da centinaia di migliaia di turisti.
Poi è vero che circolano voci secondo cui, un giorno, potrebbero costruire grandi resort turistici. Bisogna considerare che qui abbiamo circa 80 chilometri di spiagge.
A soli otto minuti a piedi da casa nostra ci sono dieci chilometri di spiaggia completamente selvaggia: puoi camminare per ore e renderti conto di essere ancora completamente solo.
Per il momento, comunque, Maio non è una destinazione di turismo di massa.»
Alessandra:
«Anche perché il turismo che arriva qui è inevitabilmente un turismo consapevole, disposto ad affrontare diverse difficoltà pur di trovare tranquillità e autenticità.
Quando torniamo dall’Italia, per esempio, impieghiamo circa un giorno e mezzo di viaggio: dobbiamo fare due scali per arrivare a Praia, la capitale, e poi attendere il giorno successivo per prendere la nave o l’aereo verso Maio, sempre ammesso che partano regolarmente.
Chi sceglie di venire qui lo fa proprio perché cerca pace e semplicità.
Si parla però della possibilità di costruire un aeroporto internazionale e, se dovesse succedere, probabilmente questa realtà cambierebbe radicalmente. Maio rischierebbe di diventare come Boavista o Sal, soprattutto quest’ultima, che ormai è satura di turisti ed è diventata quasi ingestibile.
Il problema è che, almeno per ora, qui non esistono strutture sufficienti per sostenere un turismo di massa.»
Dal punto di vista della vostra esperienza, pensate che in Europa abbiamo perso qualcosa riguardo al vivere una vita sana?

«Per noi tornare in Italia resta comunque naturale, perché lì ci sono i nostri figli, i nostri amici e i nostri cinque nipotini. Grazie alla tecnologia ci sentiamo e ci vediamo tutti i giorni.
Però, ogni volta che rientriamo in Italia, la prima cosa che percepiamo è l’odore dell’asfalto. È una sensazione difficile da spiegare: mi si chiude il naso e iniziano a lacrimarmi gli occhi. Eppure ho sempre vissuto lì e, per lavoro, ho avuto l’opportunità di viaggiare in molte parti del mondo. All’epoca, quindi, avrei dovuto avvertire gli stessi sintomi nel traffico di New York o di Napoli.
Questo significa che è cambiato completamente il nostro modo di pensare. E attenzione: non siamo “rincoglioniti”, come qualcuno potrebbe pensare.
Quando vivi in un posto così tranquillo e poi incontri persone che conosci da una vita e che iniziano subito a parlarti di tutti i problemi dell’Italia, dicendoti frasi come: “Hai fatto bene a scappare”, viene spontaneo fermarli.
Noi non siamo scappati. Abbiamo semplicemente fatto una scelta di vita.»
Alessandra:
«Una scelta per il nostro benessere.
Ci siamo detti: abbiamo quattro figlie, vediamo ogni giorno quante difficoltà ci siano nell’accudire persone anziane, anche se in fondo noi non lo siamo ancora.
Abbiamo pensato al lungo periodo, chiedendoci: “A chi potremmo pesare un domani, se dovesse succedere qualcosa?”. E abbiamo deciso di non gravare sulle nostre figlie, pensando anche alle difficoltà che potrebbero affrontare in futuro.»
Siete quindi convinti di aver fatto la scelta giusta?
Ilario:
«Continuiamo a pensare che sia stata la scelta migliore e più bella che potessimo fare. E lo diciamo ormai da sei anni.»
Alessandra:
«La nostra fortuna è essere in due, perché ci compensiamo a vicenda.
Per me, il primo anno è stato più difficile: non avevo ancora “tagliato il cordone ombelicale”. Pensavo spesso: “Ma cosa ho fatto?”, oppure “Non vedrò crescere i miei nipoti”.
Poi però le mie figlie mi hanno detto: “Mamma, resta lì. Quando tornerai in Italia, saremo comunque qui per te”.»
Ci sono molti italiani a Capo Verde e, in particolare, sull’isola di Maio?
Ilario:
«Ci sono diversi italiani che vengono qui a svernare. Appena arriva il freddo, si trasferiscono per qualche mese. Potremmo dire che Maio è quasi un’isola per pensionati.
Parliamo comunque di numeri piccoli: saranno una trentina al massimo.
Nelle isole di Sal e Boavista, invece, ci sono molti più italiani che lavorano e gestiscono attività turistiche o commerciali.
Per dare un’idea delle dimensioni dell’isola: a Vila do Maio, che è la capitale, vivono circa tremila persone. Negli altri dodici villaggi sparsi sull’isola ce ne saranno forse altre duemila.
In totale parliamo quindi di circa cinquemila abitanti. Basta pensare a uno stadio e immaginare quante “Maio” potrebbero entrarci.»
Alessandra:
«Italiani residenti stabilmente qui siamo appena quattro coppie.
Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a uno spopolamento dell’isola: quasi duemila giovani sono partiti e questo sta trasformando Maio in un’isola abitata soprattutto da persone anziane.»
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