Atleta non vedente a tutto tondo e moderno esploratore, dotato di passione e volontà di ferro.
Superare i limiti imposti dalla natura attraverso la volontà e lo sport. È questo l’obiettivo che Simone Salvagnin, atleta paraclimber della nazionale italiana e arrampicatore non vedente, insegue ogni giorno. Un esempio concreto di resilienza, di profondo rapporto con la natura e di continuo superamento dei propri limiti.
Dopo aver perso progressivamente la vista a causa di una malattia genetica degenerativa, Simone ha trasformato quella che poteva sembrare una barriera insormontabile in una spinta a esplorare nuove possibilità, fino a diventare campione mondiale di arrampicata paralimpica. La sua esperienza dimostra come il rapporto con la natura, la fiducia negli altri e la forza interiore possano ridefinire il concetto stesso di limite, aprendo prospettive inaspettate non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana.
Uno sportivo a tutto tondo: oltre a essere un paraclimber, pratica sci alpino, tandem mountain bike, nuoto, corsa in montagna, alpinismo e trekking, spesso in condizioni estreme e in situazioni al limite. Non è quindi affatto sbagliato definirlo un esploratore moderno, dotato di una volontà e di una passione straordinarie. Come se non bastasse, si dedica anche alla musica, distinguendosi come valente percussionista.
Simone Salvagnin ci ha concesso il piacere di intervistarlo per raccontarci di sé, della sua visione dello sport e della vita, e di come sia possibile — e necessario — affrontare i limiti fisici e, troppo spesso, mentali che la natura ci impone, trasformandoli in punti di forza per affrontare nuove sfide.
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Innanzitutto, ti chiediamo di fare una presentazione…
Sono un atleta paralimpico della Nazionale italiana di arrampicata sportiva, disciplina che nello specifico si chiama paraclimbing, e la pratico da sedici anni. Attualmente, l’arrampicata sportiva paralimpica entrerà a far parte dei Giochi Paralimpici a partire da Paralimpiadi di Los Angeles 2028.
Oltre all’attività agonistica, da diversi anni mi dedico per passione a viaggi, spedizioni e progetti di vario genere. Da quando la vista è venuta a mancare a causa della retinite pigmentosa, una malattia genetica degenerativa della retina, il mio percorso di vita è cambiato profondamente. Mi è stata diagnosticata a 13 anni ed è progredita rapidamente fino ai 27.
Oggi sono legalmente considerato cieco: il mio campo visivo è inferiore al 2,5% e percepisco soltanto la differenza tra luce e buio, oltre a qualche sagoma e ombra. Un momento decisivo nella mia vita è stato il 2010, quando ho perso la capacità di vedere colori e dettagli. È stato allora che sono entrato pienamente nel mondo della cecità, lasciando quello dell’ipovisione.
Proprio in quell’anno ho avviato un progetto che ha segnato una svolta: insieme a un amico, in tandem, siamo partiti per un viaggio chiamato “Verso dove non so…”, attraversando l’Asia in bicicletta. Da Schio, dove sono nato e vivo, fino a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.
Da lì si è aperta una nuova fase della mia vita, in cui ho cercato di capire se fosse possibile riconquistare i miei spazi. Sono cresciuto vicino alle montagne, nelle Prealpi venete, e ho sempre frequentato l’ambiente montano, che per me è stato fondamentale sia dal punto di vista motorio sia da quello psico-emotivo.
Dal 2010 in poi è iniziato un percorso di riscoperta personale attraverso l’avventura e il contatto con la natura. Questo mi ha portato a viaggiare dalle Ande all’Himalaya, dall’Islanda al Nord Africa, vivendo esperienze intense e sfidanti. Parallelamente, ho continuato il mio percorso agonistico, che considero la mia professione.
Lavoro part-time per un’azienda del settore outdoor, occupandomi di comunicazione e marketing, e dedico il resto del tempo alla mia attività di atleta professionista.
L’arrampicata richiede una fiducia assoluta nel proprio corpo e negli altri, soprattutto nel rapporto con la guida: come si costruisce questo equilibrio durante la scalata?
Poi, quando dall’arrampicata sportiva — che può essere fatta in strutture sintetiche come quelle nelle quali gareggio oppure in falesia, quindi in pareti attrezzate su roccia — si passa all’arrampicata alpinistica, salendo montagne, subentra anche una dinamica legata all’ambiente, al clima e ad altre contingenze.
È chiaro che, specialmente nella parte dell’arrampicata sportiva agonistica, io non vedendo — tra l’altro la mia categoria prevede che noi gareggiamo bendati, con una benda davanti agli occhi in modo che non ci sia disparità tra chi è cieco assoluto e chi, come me, ha una percezione di luce accesa e luce spenta e potrebbe percepire qualche vaga sagoma o ombra, che sarebbe una presa qualora la parete sia molto contrastata — lavoro con una guida.
Collaboro con Alberto Mazzoleni, un ragazzo di circa 30 anni, che da terra, attraverso una radiolina, mi direziona verso il mio appiglio successivo. Poi sono comunque io che devo interpretare il gesto e progredire, ma vado verso dove mi manda lui, quindi in ogni caso il rapporto è basato su fiducia, ascolto ed empatia.
Lui deve immaginare come io mi adatterei a quel tipo di gesto, perché il bello dell’arrampicata è che la stessa linea di salita viene interpretata da tante fisicità, da tanti corpi, e ha anche una forte componente psico-emotiva. Di conseguenza, il rapporto che si crea con la guida è molto particolare e insegna decisamente il rispetto e l’attenzione.
Quanto conta questo tipo di fiducia anche al di fuori della montagna, nella vita quotidiana?
Ma specialmente una fiducia molto sottile, perché è inutile dire che quando ci issiamo da terra, anche di pochi centimetri, entrano in gioco tante emozioni, spesso contrastanti, e il nostro cervello continua a mandare segnali anche scomodi: tutto questo va gestito.
Quindi sì, l’arrampicata è una palestra di vita che poi mi porta anche fuori dal campo del climbing.
Nei tuoi libri e nei tuoi interventi parli spesso di “vedere oltre”. Cosa significa per te oggi questa espressione, soprattutto in una società che tende a focalizzarsi sui limiti?
Di conseguenza, non vedere, nella società della vista, offre un punto di vista estremamente interessante e particolare. In qualche modo, “vedere oltre” è anche un gioco di parole, ma credo possa appartenere anche a chi vede: significa andare a cercare qualcosa che va oltre le apparenze.
Vuol dire andare alla ricerca dell’essenza delle cose, di ciò che non è solo esperienza visiva — per chi vede — ma anche esperienza sensoriale ed emotiva. Nel mio caso, questa ricerca è supportata dagli altri sensi, che diventano strumenti fondamentali per cogliere la realtà e la sua intensità.
La natura non mi ha messo la vista completamente a disposizione, ma mi ha dato molte altre possibilità.
“Vedere oltre” è quindi un’esplorazione di tutto ciò che va oltre il visivo, ma anche di ciò che si cela dietro un’immagine, dietro ciò che viene percepito o colto attraverso la vista.
Che ruolo ha la natura nel tuo equilibrio personale?
Penso che noi esseri umani non dobbiamo mai dimenticare di essere parte della natura. Oggi si parla spesso di natura “cattiva” o natura “buona”, o addirittura di controllare la natura. In realtà, questo è quello che considero un delirio di onnipotenza, legato alla nostra capacità razionale. Non possiamo prescindere dalla natura, perché siamo natura noi stessi: dovremmo quindi imparare a ritrovare un nuovo dialogo e una nuova armonia.
Credo che la natura oggi vada intesa come un ambiente il meno antropizzato possibile, meno contaminato, dove inevitabilmente si riesce a ritrovare se stessi. Fa sorridere il fatto che l’ambiente naturale, spesso definito “selvaggio” nell’accezione comune, venga associato a molte paure, nate soprattutto da narrazioni e racconti. Ci sentiamo più sicuri nell’ambiente artificiale e antropizzato che in quello naturale, quando invece è proprio l’ambiente naturale che può aiutarci a liberarci da psicosi e nevrosi.
Probabilmente può aiutarci anche sotto altri aspetti: oggi è sempre più evidente come la natura venga riconosciuta come una forma di terapia. Tornare a ritmi naturali, stare nella natura, ha effetti benefici concreti. Anche gli stessi alberi, attraverso segnali biochimici, contribuiscono al benessere del nostro corpo, così come la relazione “vibrazionale” con il mondo naturale.
Per me la natura è stata una sorta di scenografia, dentro la quale ho potuto mettere in atto esperienze che mi hanno aiutato a crescere, conoscermi, svilupparmi e ritrovare me stesso. E continua a essere qualcosa che mi dà molto, verso cui sento un legame profondo.
Con il tempo, un po’ per sperimentazione e un po’ per gioco, è diventata anche un campo di espressione: muovermi nel mondo alla ricerca di aree geografiche poco antropizzate, poco abitate e il più possibile selvagge significa, in realtà, andare alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di me, nel mio profondo.
In che modo il contatto con l’ambiente naturale cambia la percezione della paura e delle difficoltà?
A partire da questa paura primaria, costruiamo poi tutte le paure secondarie, spesso legate all’insicurezza, al non conosciuto e al non vissuto. Il mio percorso di vita — e spero possa esserlo anche per altri — è stato proprio quello di mettermi a confronto con la natura per dialogare con queste paure.
I primi passi li ho fatti, per esempio, addentrandomi nel bosco di notte con il mio cane guida: un contesto che nell’immaginario comune genera molta paura, ma che in realtà ha una sua armonia diversa.
Molti animali, nascosti durante il giorno, si muovono nella notte nel loro habitat naturale, in totale equilibrio.
Dialogare con la natura significa anche acquisire maggiore sicurezza in se stessi e, quindi, imparare a dialogare con le proprie paure. Paura e limite sono strettamente collegati, perché le paure generano limiti mentali. I limiti fisici, invece, sono oggettivi: è inevitabile dire che il non vedere comporta limiti diversi rispetto a chi vede. Un esempio semplice è che io non posso guidare e non ho la patente.
Ma esistono anche limiti che ci imponiamo da soli, costruiti attraverso meccanismi mentali spesso legati alla paura o all’insicurezza. Ed è proprio qui che nasce qualcosa di interessante: il limite, per me, non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza per un dialogo costruttivo con me stesso.
Da lì posso iniziare a riconoscere un limite fisico, prenderne atto, avvicinarmi e imparare a conoscerlo — in senso metaforico — e iniziare a dialogarci. In questo modo si avvia un processo di conoscenza profonda tra me e me stesso, che porta sempre a una qualche forma di evoluzione e a nuovi livelli di consapevolezza.
Viviamo in una società sempre più stressata, in cui molte persone — anche senza problemi fisici — tendono a bloccarsi: da cosa nasce, secondo te, questa condizione?
Io direi questo: viviamo nell’era della comunicazione digitale e sembra che, se non abbiamo il nostro smartphone accanto, siamo persi. Questa sta diventando una condizione quasi endemica a livello globale. Anche nel cosiddetto secondo e terzo mondo ci sono persone che non riescono ad avere i criteri minimi di sopravvivenza, ma possiedono uno smartphone.
Questo ci interconnette in ogni istante, ma allo stesso tempo introduce continue interferenze rispetto al momento presente. Siamo costantemente esposti a stimoli esterni, a un flusso continuo di informazioni, e questo ci allontana da noi stessi.
Sempre più persone fanno fatica a stare da sole con sé stesse, perché sono abituate a rivolgere l’attenzione verso l’esterno, a questo iper-input generato dalla comunicazione digitale. Così si perde il gusto della semplicità e del contatto diretto con la propria interiorità.
Qual è, allora, il primo passo che una persona può fare per superare questi momenti di blocco?
Non è realistico pensare di non essere connessi alla rete oggi, ma è fondamentale ritagliarsi dei momenti per sé. Anzi, più si entra in crisi dal punto di vista psico-emotivo o personale, più diventa necessario imparare a stare con sé stessi.
È proprio da questi momenti che possono nascere pensieri, visioni, sogni e progetti più autentici, più a misura di sé. E quando queste visioni emergono, è importante iniziare a muoversi verso di esse: questo, in fondo, è vivere.
Vivere il presente significa anche entrare in dialogo con la propria emotività, con le proprie paure e i propri limiti. E proprio nel presente si può ritrovare un senso profondo di piacere, qualcosa che spesso abbiamo dimenticato, perché tendiamo a vivere in una dimensione troppo mentale, fatta di calcolo e continua elaborazione, rischiando di perderci.
Anche per le persone non vedenti la tecnologia ha rappresentato un enorme passo avanti, favorendo autonomia ed emancipazione. Tuttavia, anche in questo caso è importante usarla nel modo corretto.
Faccio spesso un esempio: posso usare una zappa per coltivare un orto, ma posso anche colpirmi un piede con quella stessa zappa. È una metafora che mi piace molto, perché il telefono e la tecnologia possono essere strumenti di grande valore, ma anche elementi che ci allontanano dal dialogo profondo con noi stessi.
Dovremmo imparare a utilizzare gli strumenti che abbiamo creato al nostro servizio, e non contro di noi. Può sembrare un concetto semplice, ma non lo è affatto, perché la vita di oggi ci spinge a correre sempre più velocemente, a volere sempre di più, rischiando di trascinarci in un vortice che ci porta più verso il basso che verso l’alto.
Abbiamo parlato molto della tua filosofia di vita: quanto contano le esperienze di viaggio nel tuo percorso personale?
Quando mi muovo, significa sempre che viaggio con qualcun altro.
A volte si pensa che sia più facile viaggiare in due piuttosto che da soli, ma quando ci si espone ad ambienti complessi e difficili, vi assicuro che da soli è più facile andare d’accordo con sé stessi.
Quando ci si espone ad avventure in ambienti difficili, che siano pareti verticali o territori estremi, viene meno gran parte della contaminazione tecnologica e si torna a una relazione più autentica, essenziale.
Parliamo di Islanda.
Nel caso dell’Islanda, la formula era particolare: eravamo io, Lucia Vissani — la mia compagna — e il mio caro amico Davide Ferro, viaggiatore ed ex gestore di un rifugio nelle Prealpi venete. In quel contesto non era presente come accompagnatore, quindi non c’era una relazione professionista-cliente: eravamo semplicemente una coppia e un amico. Già questo rendeva l’esperienza particolare, perché non è sempre facile viaggiare in queste dinamiche.
Avevamo due tende: una per me e Lucia, e una per Davide. Negli zaini portavamo una scorta di cibo liofilizzato per 25 giorni, un filtro per l’acqua e tutto il necessario per essere completamente autonomi. Ognuno di noi trasportava un peso tra i 25 e i 30 chili.
Raccontaci di più sull’esperienza in Islanda?
È un luogo con caratteristiche uniche, dove sembra quasi di non essere sul pianeta Terra. Nonostante abbia visto molti ambienti particolari, il paragone più vicino che posso fare è con il deserto di Atacama, nel nord del Cile, uno dei più aridi e antichi al mondo. Eppure, l’Islanda è ancora più intensa, grazie anche alla presenza della dorsale medio-atlantica, che qui emerge dall’acqua, rendendo il territorio estremamente vulcanico. Non a caso, la parola “geyser” nasce proprio da un villaggio islandese.
È stato un viaggio lento: circa 400 km a piedi, con 30 kg sulle spalle, percorrendo tra i 25 e i 30 km al giorno. Dal punto di vista climatico, le condizioni erano molto dure. Siamo partiti in quella che viene definita estate islandese, ma si tratta pur sempre di un’isola nell’oceano, ai confini del Circolo Polare Artico. Questo significa che, anche in estate, puoi trovarti a vivere neve, grandine, sole e vento nell’arco di poche ore. Il clima cambia continuamente ed è costantemente ventoso.
Non ci sono ripari: sei completamente esposto agli elementi. Ti muovi lentamente e i paesaggi scorrono altrettanto lentamente. Tutto questo ti porta in una dimensione profondamente meditativa. Devi riuscire a stare in piedi da solo, con le tue energie, con le tue gambe, dentro te stesso.
Anche se eravamo in tre, e c’era interazione, dopo alcuni giorni immersi nella natura più selvaggia si sviluppano dinamiche introspettive molto forti. Davide o Lucia camminavano sempre davanti a me, ma potevano passare ore in cui ognuno restava immerso nel proprio mondo.
Questa esperienza è raccontata nel mio libro A Look Beyond, disponibile anche in audiolibro sul mio canale YouTube. A dare voce al racconto è stato Giuseppe Cederna, noto anche per il ruolo del Soldato Farina nel film Mediterraneo.
È un viaggio nel viaggio, a tre livelli: quello dell’esperienza diretta, quello del vissuto interiore e quello della relazione tra noi tre viaggiatori.
E, come sempre, non si tratta di dimostrare qualcosa a qualcuno o di alzare continuamente l’asticella per dire “io sono in grado di”. Non è qualcosa che nutre l’ego, ma qualcosa che alimenta una profonda e insaziabile necessità di conoscere me stesso, nella profondità della mia dimensione emotiva.
Credo che ognuno di noi abbia dentro di sé una vastità sconfinata.
E io amo esplorarla, attraverso un uso intenso del corpo e vivendo il presente in modo altrettanto intenso.
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