Intervista all’astrofisico Ciro Pappalardo, professore associato di Fisica all’Università di Lisbona.
Il rapporto tra uomo e cosmo, o spazio che dir si voglia, è antico e ripercorre l’intera storia della presenza dell’Homo sapiens sul pianeta Terra. L’essere umano ha guardato al cielo in molte circostanze: nella ricerca del divino, cercando significati nelle stelle e nelle costellazioni, creando segni zodiacali con sembianze di animali o oggetti a lui familiari; ha usato il cielo come strumento di navigazione terrestre e marittima e, infine, in maniera scientifica, ha cercato di dare spiegazioni sulla natura dell’Universo, delle stelle, dei pianeti e della Terra.
Non sempre c’è stato un rapporto sereno tra uomo e cosmo: mano a mano che le scoperte scientifiche hanno ridimensionato o messo in discussione la centralità dell’uomo e del pianeta rispetto all’immensità dell’Universo, scienza e religioni hanno cozzato, sfociando talvolta in reazioni oscurantiste anche violente. Solo negli ultimi anni si è stabilito un certo equilibrio, almeno con il Cristianesimo.
Ma il rapporto tra uomo e cosmo è molto di più, con tantissime sfaccettature, ed è destinato a continuare a evolversi nel tempo. In questo preciso momento storico, in cui è iniziata la cosiddetta corsa allo spazio, questo rapporto è inevitabilmente legato allo sviluppo della tecnologia e a chi questa tecnologia la possiede e la utilizza: non sempre per scopi scientifici, ma sempre più spesso per mero business e accaparramento di risorse.
Per capirne di più abbiamo chiesto aiuto all’astrofisico siciliano Ciro Pappalardo, residente in Portogallo, dove è professore associato di Fisica presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Lisbona e membro dell’Istituto di Astrofisica e Scienze dello Spazio.
Di seguito l’intervista testuale; sul nostro canale YouTube, al quale vi invitiamo a iscrivervi, è possibile ascoltare e vedere la video intervista integrale.
Perché l’essere umano, sin dalle origini, ha sentito il bisogno di guardare al cielo?
Io direi che, in questo rapporto tra uomo e cosmo, si delineano sostanzialmente due strade, due motivi essenziali.
C’è una dimensione più spirituale, in cui l’uomo guarda al cielo come a un “oltre”. Il cielo è misterioso, è qualcosa che ci sovrasta, e proprio per questo esercita una profonda fascinazione. L’essere umano, nel corso della storia, ha collocato gli dèi nel cielo: dai Greci, che ponevano Zeus sulla vetta del Monte Olimpo, fino alle religioni monoteiste e al Cristianesimo, che situano Dio “nell’alto dei cieli”.
Questa rappresenta l’esigenza spirituale dell’uomo e il suo rapporto con il mistero e con lo sconosciuto.
Accanto a questa dimensione, esiste però una componente molto più pragmatica e tecnica. Il cielo ci fornisce informazioni utili. Nel mio caso, offre dati fondamentali sull’evoluzione dell’Universo, su come si sono sviluppate le galassie e su come continuano a evolversi, permettendoci di elaborare teorie capaci di spiegare questi processi.
Ma ben prima della scoperta delle galassie, l’uomo osservava il cielo per ragioni pratiche: esso forniva punti di riferimento indispensabili per viaggiare quando il Sole tramontava. Di giorno, osservando l’arco del Sole, è relativamente semplice identificare l’est e l’ovest; orientarsi tra nord e sud risultava quindi più agevole. Di notte, in assenza del Sole, era necessario trovare altri riferimenti.
L’essere umano notò che le stelle rimangono apparentemente fisse nelle stesse posizioni e costruì così dei sistemi di orientamento per effettuare viaggi notturni. La famosa Stella Polare, nel nostro emisfero, indica il nord: i navigatori, osservando le stelle, tracciavano la rotta da seguire durante la notte.
Sono dunque questi i due aspetti che, nella storia, hanno indotto l’uomo a guardare il cielo:
-
uno tecnico, per viaggiare e non perdersi;
-
l’altro spirituale, legato all’immensità dello spazio e alla proiezione della propria interiorità verso l’infinito.
A mio avviso, il cielo è la metafora perfetta del dualismo dell’essere umano.
Scienza e spiritualità possono andare d’accordo? Il rapporto tra astrofisica e religione
L’essere umano cerca di andare oltre la propria condizione quotidiana, di dare un senso a ciò che esiste, interrogandosi su cosa ci sia di superiore a tutto questo.
Le prime religioni erano di tipo animistico: attribuivano un’entità spirituale a ogni essere vivente. Successivamente emerse la necessità di collocare qualcosa “al di sopra” di tutto, e quale luogo migliore del cielo per porvi esseri superiori? Anche nell’immaginario contemporaneo, gli alieni — se arrivano — arrivano dal cielo.
Per quanto riguarda il rapporto tra astrofisica e religione, oggi è sicuramente più sereno rispetto al passato. Esiste la Specola Vaticana, dove operano ricercatori provenienti dal mondo della Chiesa.
La rivoluzione scientifica ha portato al trionfo della razionalità, indebolendo il ruolo che la Chiesa aveva nella spiegazione dei fenomeni naturali. Oggi la Chiesa si occupa principalmente della cura delle anime, mentre in passato forniva anche interpretazioni degli eventi naturali, sostituendosi a quella che sarebbe poi diventata la scienza moderna.
Il punto di svolta avviene da Galileo in poi, con lo sviluppo delle teorie astronomiche, come le leggi di Keplero. Quando l’essere umano comprende di non essere al centro dell’Universo, si verifica una rivoluzione non solo scientifica, ma anche filosofica.
Finché la Terra era considerata il centro dell’Universo, l’uomo si percepiva come il fulcro di un mondo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Ma nel momento in cui si scopre che la Terra è un piccolo pianeta che orbita attorno a una stella, una tra miliardi di stelle in una galassia che è a sua volta una tra miliardi di galassie, la condizione dell’uomo viene profondamente ridimensionata.
È comprensibile che la presa di coscienza di non essere al centro del cosmo abbia generato, in alcuni, un senso di smarrimento o persino di tristezza.
I segni zodiacali rappresentano un tentativo di dare un significato antropico al cosmo?
Anche in questo caso emergono le due dimensioni di cui parlavamo: l’esigenza spirituale e l’esigenza tecnica.
Durante l’arco dell’anno, il cielo notturno cambia progressivamente. Questo accade perché la Terra ruota attorno al Sole e, di conseguenza, la porzione di cielo visibile nelle diverse stagioni è sempre differente. Anticamente, per identificare queste diverse zone del cielo, si ricorreva a forme simboliche e narrative.
Non bisogna dimenticare che le costellazioni non esistono come strutture fisiche reali: sono un effetto di proiezione geometrica di stelle che si trovano a distanze molto diverse tra loro. Tuttavia, alcune configurazioni evocavano figure riconoscibili — animali, oggetti, divinità — e da qui nasceva l’associazione simbolica.
In determinati periodi dell’anno, alcune costellazioni risultano visibili nel cielo notturno. Questo aveva un’importanza fondamentale dal punto di vista pratico, perché permetteva di scandire il ciclo delle stagioni, elemento essenziale per l’agricoltura. Sapere quando seminare, quando raccogliere, quando attendere determinati fenomeni naturali era vitale per la sopravvivenza delle comunità.
Accanto a questa funzione tecnica, si sviluppa però anche la dimensione simbolica e spirituale. Le costellazioni visibili in un certo periodo dell’anno finiscono per essere associate alle persone nate in quel momento. Nasce così l’idea che chi viene alla luce sotto una determinata configurazione astrale possieda caratteristiche specifiche, legate ai cicli della Terra.
Qui l’astrologia si intreccia con la mitologia e con la teoria dei quattro elementi — acqua, fuoco, aria e terra — richiamando concezioni antiche secondo cui tutto ciò che esiste deriva dalla combinazione di queste forze primordiali.
Le costellazioni, dunque, rappresentano ancora una volta questo dualismo: da un lato la razionalità, che utilizza il cielo come strumento di orientamento temporale e agricolo; dall’altro la necessità umana di attribuire significato, di proiettare nel cosmo simboli, miti e narrazioni capaci di spiegare la propria esistenza.
Sino ad ora abbiamo parlato di passato, ma guardando al presente e al futuro come si sta sviluppando, nell’era della tecnologia, il rapporto tra uomo e cosmo? Quali sono le prospettive future?
La mia visione è abbastanza tragica, perché le tecnologie aerospaziali sono arrivate a un livello di costi ed efficienza tale da permettere non solo a grandi enti sovranazionali di costruire strumenti come satelliti o telescopi, ma anche ai privati di mettersi in competizione tra loro per la conquista dello spazio.
Cosa sta succedendo oggi? Sostanzialmente è come se si fosse aperto un nuovo mercato, proprio come accadde agli inizi dell’era delle tecnologie informatiche legate a Internet.
Era un mercato nuovo, nel quale tutti si sono lanciati a capofitto per cercare di dominarlo e controllarlo a ogni costo. Il risultato è quello che vediamo oggi con le cosiddette Big Tech, che controllano gran parte di ciò che avviene in quel settore.
Ora sta accadendo qualcosa di simile con le tecnologie satellitari e con i razzi vettori: soggetti privati entrano in competizione per “occupare il cielo”. Basta pensare a Starlink o a SpaceX di Elon Musk. Quando viene creata una rete satellitare che copre l’intero pianeta, di fatto si finisce per controllare una parte fondamentale delle tecnologie di comunicazione globali.
Si è aperto quindi un nuovo mercato, ma al suo interno c’è una vera e propria competizione senza regole. I governi non sono riusciti a mettersi d’accordo e non esiste ancora una normativa chiara capace di tutelare e salvaguardare l’interesse generale.
Dal punto di vista astrofisico, inoltre, emergono nuovi problemi: i satelliti immessi in orbita hanno un impatto sulle osservazioni con i telescopi nella banda ottica. Anche la cooperazione nella comunità scientifica ne risente, perché questa nuova corsa allo spazio è sempre più in mano ai privati. L’Europa, in questo scenario, è molto indietro rispetto ad altri attori globali nell’uso su larga scala di queste tecnologie.
L’Italia, dal punto di vista della tecnologia satellitare, rappresenta un’eccellenza. Tuttavia, mancano politiche di lungo periodo capaci di contrastare l’occupazione degli strati più alti dell’atmosfera da parte di questi sistemi satellitari.
Infine, anche l’esplorazione spaziale, nel momento in cui viene affidata ai privati, comporta una conseguenza evidente: saranno loro a decidere quali utilizzi fare delle opportunità offerte dallo spazio.
A proposito di esplorazioni e di privati coinvolti nella corsa allo spazio: quante probabilità hanno di arrivare su Marte?
Credo che prima di andare su Marte passerà ancora molto tempo. Elon Musk ipotizza di poterci arrivare entro il 2050, ma, se davvero venisse organizzata una missione con esseri umani, si tratterebbe verosimilmente di un viaggio di sola andata. Chi partirebbe dovrebbe essere consapevole della concreta possibilità di non tornare più.
I problemi principali dei viaggi interplanetari sono sostanzialmente due.
Il primo riguarda l’assenza di gravità. In condizioni di microgravità, la struttura ossea perde densità: sulla Terra, infatti, la pressione e la gravità contribuiscono a mantenere le ossa compatte e resistenti. In assenza di gravità, le ossa tendono a perdere massa, con un aumento significativo del rischio di osteoporosi.
Un viaggio verso Marte può durare complessivamente circa tre anni, considerando andata, permanenza e ritorno. Dopo un periodo così lungo in microgravità, il deterioramento osseo potrebbe essere tale da rendere estremamente difficile il rientro in un ambiente con gravità terrestre.
Il secondo problema è rappresentato dalle radiazioni cosmiche. Le astronavi, per motivi di peso, non possono essere schermate con materiali troppo pesanti. Sulla Terra siamo costantemente esposti a raggi cosmici ad alta energia, ma l’atmosfera funge da scudo naturale, assorbendone la maggior parte.
Al di fuori dell’atmosfera terrestre, invece, gli astronauti sarebbero esposti in modo continuo a queste radiazioni. Tali particelle ad alta energia possono danneggiare il DNA, aumentando in modo significativo il rischio di sviluppare tumori o altre malattie degenerative.
Durante un viaggio interplanetario della durata di anni, la probabilità di contrarre patologie gravi crescerebbe in maniera considerevole.
Da questo punto di vista, possiamo dire che siamo ancora in una fase relativamente primitiva della ricerca per quanto riguarda l’esplorazione umana di Marte.
Concludendo, come vede allo stato attuale il rapporto tra uomo e cosmo?
È un rapporto che, a mio avviso, deve essere in qualche modo riallacciato. Dobbiamo comprendere che il cielo è un bene comune, appartiene a tutti, e che occorre fare attenzione a non concederne il monopolio a pochi grandi magnati della finanza e della politica, che rischiano di appropriarsi di questo territorio ancora in gran parte inesplorato.
Lo spazio dovrebbe essere considerato quasi come una riserva naturale, da tutelare e regolamentare con equilibrio, affinché possa essere utilizzato in modo responsabile e condiviso.
Solo così potremo continuare non solo a esplorarlo, ma anche a goderne come patrimonio dell’umanità, senza trasformarlo nell’ennesimo spazio di dominio esclusivo.
Potrebbero anche interessarti:
- Inquinamento luminoso: a che punto siamo?
- Microplastiche: cosa sono e rischi per la salute umana?
- Alla Scoperta delle Aurore Boreali in Lapponia: un racconto di viaggio
- Il Camper come stile di vita e sinonimo di libertà
- Vacanze ecologiche in Italia, 10 imperdibili mete per viaggi sostenibili: tra trekking e cicloturismo
- Racconti di volontariato: la mia Indonesia è differente

