Intervista ad Antonio Gori, dottorando presso l’Instituto de Ciências Sociais dell’Universidade di Lisbona e attivista dell’associazione Habita.
Su Naturalmania ci occupiamo per la prima volta di quel fenomeno denominato turistificazione di massa od overtourism, ovvero gli effetti di una domanda eccessiva di turismo rispetto a quanto un luogo una città siano capaci di sopportare in termini di impatto sociale e ambientale.
Le conseguenze di questo fenomeno che ben le conosciamo nelle nostre città d’arte come: Roma, Firenze, Venezia ma anche Milano e Napoli, per dirne solo alcune, sono un rincaro dei prezzi degli affitti e delle compravendite, la carenza di immobili dati in affitto a residenti, lavoratori e studenti, un processo di gentrificazione e la perdita di identità dei quartieri centrali.
A farne le spese non sono solo i residenti, ma anche gli esercizi a conduzione famigliare: dai negozi di abbigliamento, alle drogherie, sino alle trattorie tipiche. Esercizi che vengono sostituiti da catene commerciali, ristoranti di tendenza o mini market asiatici che vendono magliette e calamite ai turisti.
In questo articolo abbiamo deciso di occuparci di una città emblematica in Europa per gli effetti dell’overtourism: Lisbona.
La capitale del Portogallo, una delle città più belle e affascinanti d‘Europa negli ultimi 10/20 anni ha subito una profonda trasformazione da luogo ai margini degli itinerari turisti ad uno dei luoghi di maggior attrazione del turismo mondiale con il conseguente fenomeno conosciuto come overtourism. Un cambiamento voluto per riprendersi dalla terribile crisi del debito del 2010/2011, che ha visto l’intervento di salvataggio della cosiddetta Troika Europea.
Da allora di acqua sotto il Ponte 25 Aprile ne è passata parecchia e della città di allora decadente, povera e terribilmente romantica né resta solo il ricordo nei racconti di chi l’ha vissuta. No che fosse tutto rose e fiori, anzi…molti palazzi, specialmente nel centro storico, cadevano a pezzi, la città era molto meno pulita, curata e sicura. Il problema delle abitazione, specialmente per i ceti sociali più bassi c’è sempre stato, ma il costo degli affitti e delle compravendite era contenuto, così come il costo della vita.
Attualmente Lisbona è la città europea più cara in rapporto agli stipendi. Secondo un rapporto sulla crisi abitativa del Consiglio Europeo del 2025 i lisboeti pagano il 116% del proprio salario per l’alloggio.
Per capire come siamo arrivati a questo punto e quali potrebbero essere le soluzioni, abbiamo intervistato il dottorando Antonio Gori che vive da anni a Lisbona dove, oltre al lavoro di ricerca all’Istituto di Scienze sociali dell’Università di Lisbona, è membro delle Associazioni Habita e Stop Despejos (Stop sfratti) per il diritto alla casa, ed è attivista allo Sirigaita un presidio culturale e di aggregazione nel quartiere semi-centrale di Anjos.
Ci vuoi parlare della situazione della crisi abitativa nella capitale del Portogallo?
L’accesso al diritto alla casa è ormai compromesso da diversi anni, a causa di una serie di fattori che non si sono intrecciati in maniera naturale: si è verificata quella che potremmo definire una tempesta perfetta. Non si tratta di fenomeni naturali, bensì del risultato di politiche ben precise, adottate soprattutto a partire dal 2012.
Durante la crisi del debito, infatti, la Troika Europea — composta da Banca Centrale Europea (BCE), Commissione Europea (CE) e Fondo Monetario Internazionale (FMI) — impose una serie di misure che i governi portoghesi dell’epoca implementarono in maniera piuttosto pedissequa. Tra queste rientrano la liberalizzazione del mercato degli affitti e l’attrazione di investimenti stranieri attraverso sgravi fiscali che, di fatto, hanno funzionato come incentivi alla speculazione immobiliare.
Si trattava di mosse pensate per rilanciare un’economia che era effettivamente in crisi. A tal proposito, mi capita spesso di dire che nel 2012 c’era la casa ma non c’era il lavoro, mentre oggi la situazione è ribaltata: c’è il lavoro, ma mancano le case. Credo che questa frase riassuma efficacemente l’ultimo quindicennio.
La città è cambiata moltissimo. Oggi esercitare il diritto alla casa e accedere a un affitto è estremamente difficile. I canoni sono diventati proibitivi: secondo dati OCSE diffusi recentemente, a Lisbona si arriva a spendere il 116% del proprio stipendio per pagare un affitto, quindi molto più di quanto si guadagni.
Per fare un confronto con Lisbona, la seconda città europea in questa classifica è Barcellona con il 74%, seguita da Milano al 72% e Roma al 65%. Questi numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno.
Se storicamente la crisi abitativa colpiva soprattutto le fasce più povere della popolazione — come migranti e donne single — oggi questa condizione si è estesa a gran parte della classe media. In particolare, per le nuove generazioni l’accesso al mercato degli affitti o all’acquisto di una casa è diventato quasi impossibile.
La politica dell’acquisto della casa, che per anni è stata centrale soprattutto per le giovani coppie, risulta oggi sempre meno praticabile.
L’overtourism che responsabilità ha in questa situazione?
Basti pensare che, prendendo come riferimento il 2012, gli arrivi all’aeroporto di Lisbona erano compresi tra i 10 e i 12 milioni l’anno; oggi si attestano intorno ai 40 milioni nello stesso scalo. Un aumento impressionante che, nella fase iniziale, è stato trainato soprattutto dal boom degli affitti brevi.
Piattaforme come Booking e Airbnb si sono rapidamente diffuse e stabilizzate, arrivando a coinvolgere circa 20.000 unità abitative dedicate esclusivamente a questo tipo di locazione. In una città di circa 500.000 abitanti, ciò significa che in poco tempo 20.000 case che avrebbero potuto essere affittate ai residenti sono state sottratte al mercato abitativo tradizionale per essere destinate al turismo.
Negli ultimi anni, una volta stabilizzato il numero di alloggi su Airbnb, si è assistito a un’altra trasformazione: l’apertura di un numero impressionante di hotel. Solo negli ultimi tempi ne sono stati inaugurati moltissimi e altri sono già previsti in apertura.
I governi, tuttavia, hanno fatto ben poco per contrastare questa dinamica. Al contrario, hanno mantenuto in vita misure di carattere speculativo che hanno contribuito all’attuale inflazione dei prezzi immobiliari. Si tratta di politiche pensate per un mercato prevalentemente straniero, sia quello turistico sia quello legato all’acquisto di immobili attraverso i cosiddetti golden visa. Strumenti che prevedono benefici fiscali rilevanti.
Per molti anni sono stati favoriti anche i residenti non abituali: in Italia si è parlato molto del caso dei pensionati stranieri che, per dieci anni, non pagavano tasse sulla pensione o le pagavano in misura ridotta. Una volta terminata questa iniziativa, sono state introdotte nuove agevolazioni, come quelle rivolte ai digital nomad.
Si tratta di dinamiche che non riguardano solo Lisbona, ma che si riscontrano anche in diverse città italiane.
Ma chi è quindi che compra e affitta con questi prezzi?
Non si parla dell’acquisto della prima casa, bensì di operazioni di compravendita finalizzate esclusivamente alla speculazione. Si tratta di soggetti che acquistano immobili per destinarli agli affitti brevi, oppure per affittarli a studenti e lavoratori con una maggiore capacità di spesa.
Dal 2015 fino allo scoppio della pandemia, i principali protagonisti di questo mercato sono stati investitori privati europei: francesi, inglesi e anche italiani, attratti dalle opportunità offerte dal settore immobiliare portoghese. Con il tempo, però, l’interesse è progressivamente diminuito, poiché i prezzi sono diventati troppo elevati per questo tipo di investitori.
Negli ultimi anni, questi soggetti sono stati in gran parte sostituiti da investitori nordamericani, in particolare statunitensi e canadesi, che stanno arrivando in massa per acquistare immobili sia a fini residenziali sia per operazioni di business.
A livello socio-culturale che tipo di impatto c’è stato nella città? La cosiddetta gentrificazione?
Esistono aree, come ad esempio Alfama, dove i residenti non sono stati sostituiti da una popolazione più abbiente. Si trattava di quartieri popolari che, di fatto, sono stati svuotati: si è passati, se non sbaglio, dai circa 10.000 abitanti del 2012 agli attuali 3.000. Questi quartieri non sono stati gentrificati in senso stretto, ma piuttosto trasformati in zone dominate dagli affittacamere e dagli alloggi turistici. I residenti, quindi, non sono stati rimpiazzati: semplicemente se ne sono andati.
In altre zone della città, invece, si è verificato un subentro di persone di diverse nazionalità, dotate di una maggiore capacità economica. Allo stesso tempo, però, Lisbona sta perdendo abitanti: è un fenomeno che va avanti da molti anni, non si arresta e continua a crescere.
La gentrificazione agisce su più livelli. Il problema, per chi riesce a rimanere — e per fortuna siamo ancora in molti — è che nelle città turistiche, come ben sanno anche coloro che vivono nelle città d’arte italiane, l’overtourism rende la vita quotidiana più complicata.
Si assiste, ad esempio, a una gentrificazione commerciale. Il commercio di prossimità, utile ai residenti, scompare e viene sostituito da attività che non hanno nulla a che fare con la città: caffetterie colombiane, cioccolaterie belghe, pizzerie a ogni angolo. Sono esercizi pensati per chi visita la città, non per chi ci vive, e spesso nemmeno utili: se un negozio di alimentari viene sostituito da una pizzeria costosa, la vita quotidiana diventa più difficile.
Stanno scomparendo anche la Tasca Portuguesa, la trattoria a conduzione familiare che fino a pochi anni fa erano diffuse ovunque. Allo stesso modo stanno scomparendo le colectividades, che in italiano potremmo paragonare ai circoli ricreativi: luoghi fondamentali per la socialità e per lo sviluppo della vita comunitaria a Lisbona e in tutto il Paese.
Questi spazi chiudono perché sfrattati o perché non riescono più a sostenere affitti cresciuti in modo esponenziale. In questo modo si perdono stili di vita, abitudini e forme di socialità che erano profondamente radicate nel territorio. Sostituite da esercizi commerciali standardizzati, identici a quelli che si trovano in molte altre città del mondo.
Una parte della ricchezza popolare si perde, questo è evidente. Tuttavia, esiste anche una forma di resistenza: non tutto scompare. Tendo a non adottare un approccio catastrofista, anche se la situazione è pessima da questo punto di vista. La città cambia, ma la vita continua.
A livello di società civile, come ci si muove per contrastare questi fenomeni?
Cerchiamo di portare avanti lotte collettive e sistemi di mutuo soccorso tra residenti, affinché questi diritti vengano riconosciuti e rispettati. Lavoriamo sia nei confronti del Comune, che è responsabile della gestione delle case pubbliche, sia nei confronti dei proprietari immobiliari che non rispettano la legge e i diritti delle persone, pur potendo spesso contare su un quadro normativo che li tutela.
Proviamo anche a far cambiare le leggi, perché sono proprio le politiche adottate negli anni ad aver generato questa crisi abitativa. È a livello politico, infatti, che si costruiscono le condizioni che permettono o impediscono l’accesso al diritto alla casa.
Negli ultimi anni si sono svolte diverse proteste molto partecipate per il diritto alla casa, tra le più grandi mai viste nel Paese, in particolare nel 2023 e nel 2024. Queste mobilitazioni hanno portato ad alcuni piccoli cambiamenti, che però, purtroppo, non sono stati sufficienti a risolvere il problema.
Come si comportano le istituzioni sia a livello comunale che statale?
Il problema di fondo è che il turismo (di conseguenza l’overtourism), il settore immobiliare e gli investitori nel campo delle costruzioni sono diventati gli asset centrali dell’economia Paese. Su questi pilastri si basa gran parte della lettura politico-economica del Portogallo: la crescita del PIL, gli indicatori economici, lo sviluppo. Di conseguenza, quando si prova a intervenire su questi ambiti, si vanno a toccare interessi enormi.
Si tratta di interessi rappresentati sia nei governi di destra, come quello attuale, sia nei governi di centrosinistra che hanno guidato il Paese fino a pochi anni fa e che, governando a lungo, hanno contribuito a portare la città e il Paese nella situazione attuale.
Da molti anni ci battiamo per denunciare l’esistenza di una crisi abitativa che colpisce le persone più svantaggiate, ma non solo. Negli ultimi due o tre anni, però, la politica non ha più potuto nascondere il problema, che è ormai esploso a livello nazionale.
La risposta proposta dalle istituzioni — che a nostro avviso rappresenta solo fumo negli occhi — è quella di costruire di più. Si tratta di una delle peggiori soluzioni possibili, non solo perché inefficace nel risolvere la crisi abitativa, ma anche per le conseguenze ambientali. Il settore delle costruzioni è infatti uno dei più inquinanti, ed è criminale pensare che la soluzione sia aumentare ulteriormente il consumo di suolo.
Solo nella città di Lisbona si contano circa 50.000 abitazioni vuote, di cui almeno 5.000 di proprietà comunale o statale. Si tratta di case in parte già abitabili o che richiedono interventi minimi: non stiamo parlando di edifici in rovina o abbandonati.
Queste abitazioni vuote funzionano come una sorta di portafoglio finanziario per gli investitori, che se le scambiano all’interno di circuiti speculativi. In questo contesto, però, le uniche soluzioni promosse dal governo continuano a essere la costruzione di nuove case.
In questa direzione va anche la recente legge sulla liberalizzazione dei suoli. Il messaggio politico è chiaro: si sostiene di voler risolvere la crisi abitativa continuando a convogliare risorse e profitti verso il settore delle costruzioni, che resta uno dei pilastri dello sviluppo capitalistico del Paese.
Una scelta che non affronta le cause strutturali del problema e che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica.
Tirando le somme, non vedi all’orizzonte soluzioni che vadano nella direzione giusta?
Le vittorie arrivano quando si riesce a difendere una persona da uno sfratto, oppure quando si ottiene l’assegnazione di una casa a una famiglia che non ce l’ha e la reclama da anni. Sono risultati importanti, ma parziali.
Per un cambiamento reale, però, è necessario un vero e proprio cambio di paradigma, che metta al centro le persone e non il lucro. Un cambiamento che si intreccia inevitabilmente con altre grandi questioni del nostro tempo: il clima, il lavoro, la pace. Tutto questo, nel mondo di oggi, può sembrare un’utopia.
Io, però, non sono mai stato un pessimista. Credo che le cose possano cambiare, ma non accadrà da sole: spetta a noi rimboccarci le maniche. Da Lisbona e dal Portogallo continueremo a muoverci, anche se è difficile immaginare, almeno nel breve periodo, un cambiamento radicale della situazione.
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